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Queensryche – Recensione: Rage For Order

Un capolavoro. Un album avanti per i tempi. Un buco nell’acqua. Una sperimentazione inconcludente. In poche parole un disco coraggioso che è, e sarà sempre, controverso. “Rage For Order” è una di quelle opera che sposta il limite un passo più in là, come per anni è stato capace di fare l’heavy metal, e come hanno continuato a fare i Queensrÿche per gran parte della loro carriera.

Una novità colpisce ancora oggi: la produzione, affidata ad un altro artista visionario e poliedrico, come Neil Kernon, è fredda, digitalizzata, notevolmente hi-tech per l’epoca e quindi ancora una volta del tutto suscettibile di opinioni agli antipodi. Quello che è certo è che il risultato ha generato legioni di sostenitori e anche più di un imitatore, facendo si che sia proprio “Rage For Order” ad aprire la strada a quel sound progressive metal che si emanciperà definitivamente dalle radici più classiche per diventare altro (ad esempio con i Fates Warning).

Se avete poi dimestichezza con il periodo, vi ricorderete anche di quanto fu scioccante il cambio di look effettuato dalla band. Ora, per chi scrive, vestiti da vampiri alieni, approdati sulla terra direttamente nel negozio di parrucchiere da cui si servivano i Duran Duran, i Queensrÿche erano bellissimi da vedere. Ridicoli, ma fichissimi, quindi perfettamente in linea con il metal degli anni ottanta. Certo, chi era affezionato al buon vecchio denim and leather ci rimase parecchio male, ma va anche precisato che la scelta dei costumi era coerente con l’immaginario sia musicale che lirico del disco.

I testi, infatti, avevano parecchio a che fare con il neo-romantico e la sci-fi, sia perché in canzoni come, ad esempio, “Walking…”, “The Whisper” o “London” in fondo di vampiri si parla (la stessa band indicava i romanzi di Anne Rice come fonte d’ispirazione per molte tracce), sia perché “Screaming In Digital” o “Surgical Strike” traslano infine questo sentimento gotico in ambiente futurista. Non a caso quindi fu scelto un certo tipo di sound e chi invece pensò ad un bieco tentativo di commercializzarsi, beh, aveva completamente frainteso. Che piaccia o meno l’opera gode infatti di una coerenza d’intenti e di una profondità artistica del tutto oggettivi. E anche andando ad analizzare le singole canzoni viene piuttosto difficile scavallare dalla parte dei troppo maligni detrattori.

Proprio “Walk In The Shadows” apre il disco e qui solo l’assolo armonizzato dai due chitarristi e i vocalizzi di un cantante inumano come Tate, provocano brividi degni di una brezza polare. Cosa dire poi di una cover come “Gonna Get close To You”? La canzone venne scelta anche come singolo, ed è più elettro-pop che hard, ma magistralmente calata nello spirito del disco e percorsa da fremiti e tentazioni al confine con qualcosa che verrebbe da chiamare crossover-new-metal, se non fosse che poi l’idea di abbinare elettronica e metal avrebbe preso strade del tutto differenti.

Una canzone come “The Whisper” è perfetta per capire a che punto era già arrivata la band nel 1986. Un sound tecnologico, un riff metallico, l’uso originalissimo delle tastiere per sostenere arrangiamenti dal gusto estremamente ottantiano, una linea vocale che lascia senza fiato e un assolo che squarcia la melodia principale con una forza dirompente. Ci sono poi canzoni, come “Killing Words” o “ I Dream In Infrared”, in cui il lato progressivo si miscela alla malinconia di un amore che sfugge, di una vitalità che si appanna, ma non si arrende. Sono canzoni pregne di emozioni, che la voce di Tate, con la sua versatilità, riesce ad animare, caricandole di un’espressività teatrale e drammatica che farà anch’essa scuola.

Cosa dire poi di “Surgical Strike”, una vera metal song, immersa ancora una volta in un sound freddissimo e meccanico, che però diventa viatico per l’ennesima interpretazione carica di pathos sia di Tate che della coppia De Garmo/Wilton. Delirio tecnologico che si sublima nella successiva e quasi industrial, verrebbe da dire cibernetica, “Neau Regel”, che potrebbe benissimo essere la continuazione di “NM-156” (presente su “The Warning”).

Tutto trasuda creatività, a partire dal modo in cui viene riletto il riffing hard & heavy in chiave progressiva (ma anche dark), fino ai citati preziosi assoli, inseriti in modo perfetto in ogni brano, ma pur sempre capaci di aggiungere qualcosa di inaspettato al feeling delle canzoni.

Chemical Youth (We Are Rebellion)” è quasi un’anticipazione di quelle tematiche sociali che la band amplierà con il magnifico “Operation: Mindcirme”, ma in chiave ancora molto semplificata. Anche musicalmente la canzone è forse il brano più diverso del lotto, con un incedere più classicamente heavy e un coro esplosivo che esce dal canone più intimista del resto dell’album.

Mancano tre canzoni alla fine della scaletta, ma di riempitivi neanche se ne parla. “London” ha ancora una volta quel timbro maestoso e malinconico che è sempre stato marchio di fabbrica dei migliori Queensrÿche (anche qui, l’uso degli arpeggi crea un’atmosfera che ricorda quanto poi espanso su “Mindcrime”). La già citata “Screaming In Digital” è favolosa, robotica, corrosa dalla sofferenza di una vita creata artificialmente che prende consapevolezza e prova ciò che sta alla base di ogni vita biologica auto-cosciente: solitudine e paura. Ed il finale di “I Will Remember” strappa il cuore per la tristezza che trasmette una ballata tanto intensa quanto il ricordo di un tempo che mai più ritornerà. Giusto commiato per un album che rimarrà per sempre nella storia della musica.

Etichetta: EMI

Anno: 1986

Tracklist: 01. Walk in the Shadows 02. I Dream in Infrared 03. The Whisper 04. Gonna Get Close to You 05. The Killing Words 06. Surgical Strike 07. Neue Regel 08. Chemical Youth (We Are Rebellion) 09. London 10. Screaming in Digital 11. I Will Remember

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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  1. Alberto Capettini

    Va beh… imprescindibile!

    Reply

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