Queensryche – Recensione: Condition Hüman

Dopo la concitata separazione con lo storico singer Geoff Tate è stata sensazione condivisa da tutti che i Queensryche avessero trovato in Todd La Torre la giusta figura per rimettersi in carreggiata. Dal vivo la band colpisce nel segno e si è riappropriata della vecchia identità metal smarrita per seguire l’indole sperimentale di Tate, mentre su disco la nuova/vecchia direzione ancora non raggiunge la classe sopraffina dei grandi album di un tempo, ma riesce a farsi apprezzare.

L’album omonimo di un paio d’anni fa viveva di luci e ombre (soprattutto la produzione troppo secca e retrò lasciava a desiderare), ma questo nuovo “Condition Human” siamo certi convincerà molti tra i più scettici che i Queensryche sono definitivamente tornati e con tutta l’intenzione di riproporsi al vertice del genere.

Una buona dose di miglioramento arriva dal sound, più corposo e al passo con i tempi, merito della collaborazione con Chris “Zeuss” Harris (già al lavoro con parecchie band, tra cui ultimi Sanctuary e Revocation), ma senza un adeguato songwriting sarebbe tutto sforzo sprecato. Fortunatamente anche in questo caso la band dimostra di aver ancora qualcosa da dire e riesce a confezionare una tracklist di tutto rispetto.

Il mood sonoro è quello che tutti associamo alla band, con un batterista come Scott Rockenfield capace di uno stile perfettamente riconoscibile tra mille, così come il tocco di Michael Wilton, in grado di lasciare il proprio marchio su ogni riff e ricamo chitarristico. Se aggiungete che la voce di Todd La Torre è probabilmente la cosa più vicina al primo Geoff Tate che ci sia mai capitato di ascoltare (a tratti forse pure troppo, rischiando di cadere nell’imitazione), non si potrà che concludere come “Condition Human” sia calibrato per soddisfare le aspettative di ogni fan della band.

Una teoria che si concretizza da subito con tracce come “Arrow Of Time” e “Guardian”, tipiche metal song dal taglio raffinato e dagli hook melodici ottimamente calibrati a cui la band ci ha da sempre abituati. Ma dimostrazione che gli attuali Queensryche non vivono solo di revivalismo arrivano anche tracce dal taglio sicuramente più modern metal come “Eye 9” (che ha qualcosa dei Tool nel portamente del riff), ma pur sempre supportate da un gusto per la melodia che non si può non associare alla storia della band.

Esempio principe di questo sono ad esempio le song (relativamente) più tranquille, come la corposa ballata “Bulletproof”, ricca di emozione, potente e dal taglio comunque metallico. Ma anche, e soprattutto, i momenti più vicini al progressive metal, come la conclusiva accoppiata “The Aftermath/Condition Human” (molto molto anni novanta) o la raffinata, ma pur sempre graffiante, “Hourglass”.

In questo disco c’è tutto quello che un fan della band si aspetterebbe di trovare e viste le tante delusioni che la sperimentazione forzata ha portato nel corso della carriera, forse è giusto così. Meglio una band meno avventurosa di un tempo, ma convinta della propria identità, che un gruppo alla ricerca innaturale di un’evoluzione che non sente propria.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Century Media Records

Anno: 2015

Tracklist:

01. Arrow of Time
02. Guardian
03. Hellfire
04. Toxic Remedy
05. Selfish Lives
06. Eye9
07. Bulletproof
08. Hourglass
09. Just Us
10. All There Was
11. The Aftermath
12. Condition Hüman


Sito Web: https://www.facebook.com/QueensrycheOfficial/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. HUGE

    Gran bel dischetto , secondo centro …in fondo non è quello che volevamo tutti ?

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  2. Alessio

    Purtroppo trovo quest’album veramente troppo simile al precedente, non che sia un aspetto per forza negativo, ma non sento i progressi sperati. Secondo me dobbiamo solo rassegnarci e ammettere che i veri Queensryche non ci sono più, punto e basta. La Torre non è Tate e gli Operation Mindcrime non suonano come Rockenfield/Wilton. Ma non potevano mettersi d’accordo? Se queste stesse canzoni fossero state cantate da Tate (pur in pessima forma) avrebbero avuto un consenso planetario……Alla fine ci hanno rimesso proprio tutti !

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