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Queens Of The Stone Age – Recensione: Villains

Ci sono voluti 4 anni (mese più mese meno) prima di avere tra le mani il successore di “…Like Clockwork”, attesa lunga e complicata per tanti motivi ma che alla fine premia la fedeltà dei fan dei Queens Of The Stone Age di Josh Homme.

Partiamo subito dalla produzione di Mark Ronson (qualcuno ha presente il successo di “Back To Black” di Amy Winehouse? Bene, lui era il responsabile di quei suoni meravigliosi), semplice e tagliente al punto giusto da rendere ancora più calde ed avvolgenti le canzoni di Homme. Un colpo di pennello che ha dato un tocco di “colore” in più alla tavolozza già ampia a disposizione dei QOTSA. Suoni che abbracciano l’ascoltatore e che trascinano la musica in un vortice di polvere. Assolutamente rock.

Bene, anzi, benissimo l’inizio dell’album con “Feet Don’t Fail Me” con quel suo retrogusto funk e con chitarre quasi “robotiche”.  Spiazzante, ma non per questo meno convincente il singolo “The Way You Used To Do”. Un suono apparentemente “frivolo”, che scivola tra chitarre che si rincorrono ed un Josh Homme davvero ispirato. “Scorie punk con “Head Like A Haunted House”, secca e decisa. Un rasoio che sembra provenire direttamente dal pennino dei Dead Kennedys intriso con dell’inchiostro “twist”. Un mix letale dal vivo. Cala il ritmo con “Un-Reborn Again”, ma il groove resta protagonista indiscusso di una canzone che flirta tra synth ed un deserto che sembra non voler finir mai.

“The Evil Has Landed” è sicuramente una delle canzoni migliori dell’album, con la chitarra di Homme che entra ed esce nella testa dell’ascoltatore fino al ritornello rotondo ed accattivante. Chiude le danze “Villains Of Circumstance”, quasi il testamento di un viaggiatore che si è perso nel rosso del deserto americano. Un canto disperato di solitudine, che sembra cercare la pace in un luogo sconosciuto e che accelera verso la fine, verso l’ignoto che nessuno di noi può immaginare.

Giocano in bilico tra passato e futuro i Queens, non dimenticano le radici nel deserto, ma al tempo stesso seminano nuovi suoni che se coltivati potrebbero dare frutti di sicuro interesse. Un disco che vuole scommettere sul futuro della band senza dimenticare una storia fatta di un rock bruciato dal sole e dalla sabbia dei grandi spazi americani.

Non un capolavoro, ma una ottima conferma dopo l’exploit di “…Like Clockwork” ed un ulteriore passo avanti nella carriera dei nostri. Ora speriamo che Josh Homme non ci faccia attendere altri 4 anni prima di capire quale sarà la prossima direzione delle “Regine”.

 

Voto recensore
7
Etichetta: Matador

Anno: 2017

Tracklist: 1. Feet Don't Fail Me 2. The Way You Used To Do 3. Domesticated Animals 4. Fortress 5. Head Like A Haunted House 6. Un-Reborn Again 7. Hideaway 8. The Evil Has Landed 9. Villains Of Circumstance
Sito Web: http://www.qotsa.com/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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