Queen – Recensione: Queen II

Correva la Primavera del 1974. A pochi mesi da un debutto omonimo interessante ma ancora lontano dal rock di classe che distingueva la band, i Queen tornarono in scena con un album maturo e fuori dagli schemi, un platter che anticipa e sviluppa le coordinate art rock progressive che segnarano la prima fase della carriera.

Molteplici universi musicali si rincorrono in questo secondo capitolo, a partire da un glam pieno di eleganza che non sfocia mai nel kitsch, hard rock, addirittura sonorità proto-metal. Perchè, che piaccia o no, anche i Queen occupano un posto nell’evoluzione della musica “pesante”, soprattutto in quelle manifestazioni neoclassiche e corali che raggiunsero la massima popolarità negli anni ’90.

“II” è un album distante dalle hit pop rock che resero i Queen una delle realtà più note nel panorama musicale internazionale ma nelle sue innumerevoli sfaccettature e necessità di ricerca diventa uno dei capitoli più interessanti della Regina. Uno degli elementi distintivi è la suddivisione delle tracce, che seguono una sorta di yin e yang. Le due facciate sono denominate rispettivamente “White Side” e “Black Side”, il primo contiene le canzoni composte da Brian May (oltre all’hard blues di “The Loser In The End”, pezzo scritto e interpretato da Roger Taylor) e il secondo quelle create dalla mente di Freddie Mercury.

Si avverte dunque un distacco tra un primo lato fatto di sensazioni più rassicuranti, reali e in qualche modo “comuni” ad un secondo intrigante e oscuro, in cui Freddie ci abbraccia in un cupo romanticismo, tra creature fatate e sentimenti non sempre positivi. Basti considerare la figura dicotomica della Regina, che appare in “White Queen (As It Began)” dipinta dal buon Brian come eterea e sensuale in una ballata struggente, come una donna potente e dominatrice da Freddie, che in “The March Of The Black Queen” offre uno dei pezzi più heavy, sorretto da un chorus epico e intrigante.

Altrettanto epica e metallica, “Ogre Battle” segue le sonorità hard’n’heavy che numerose band inglesi sperimentarono all’epoca. Stralunata e deliziosa, “The Fairy Feller’s Master Stroke” apre a uno scenario fantasy che esalta i falsetti di Freddie e la sua fervida immaginazione nel descrivere l’opera che il pittore Richard Dadd dipinse durante l’apice della sua malattia mentale. Il brano sfocia nella delicata ballad per pianoforte “Nevermore”, un romanticismo arrendevole e disperato.

Il climax raggiunto dai due autori è da vedersi in “Father To Son” per Brian May, un brano che giustamente mette sul piatto la molteplicità del suono della sua chitarra e “Seven Seas Of Ryhe”, presente in veste embrionale anche in coda al primo album e che qui trasforma il giro di pianoforte di allora in una canzone vera e propria, destinata a diventare uno dei brani più noti del gruppo.

I Queen, pomp ed operistici, avevano gettato i loro semi. Da lì, la Marcia della Regina, sarebbe stata trionfale.

Voto recensore
S.V.
Etichetta: EMI Records

Anno: 1974

Tracklist: 01. Procession 02. Father To Son 03. White Queen 04. Some Day One Day 05. The Loser In The End 06. Ogre Battle 07. The Fairy Feller's Master Stroke 08. Nevermore 09. The March Of The Black Queen 10. Funny How Love Is 11. Seven Seas Of Rhye
Sito Web: http://www.queenonline.com/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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