Pyogenesis – Recensione: A Century In The Curse Of Time

E quando meno te lo aspetti, ecco tornare i Pyogenesis. Sono passati 13 anni da quel (pur buono) “She Makes Me Wish I Had A Gun”, disco interessante ma non indispensabile che fotografava la band ormai rivolta ad un alternative punk/rock disincantato e pieno di ironia, ma immerso in una sottile patina nera. I tedeschi sono da annoverare infatti tra i padri fondatori del doom/gothic dei primi anni’90, al pari di illustri colleghi come Paradise Lost e My Dying Bride, acts piuttosto simili ai nostri, per lo meno a quei tempi.

Se vogliamo, la testimonianza più nota della band resta “Twinaleblood” (1995), ottimo esempio di gothic metal dai ritmi granitici e dal mood romantico, album decisamente maturo se messo a confronto con i più cacofonici esordi. I successivi “Unpop” (1997) e “Mono” (1998) diedero inizio a una svolta più melodica e fruibile che collimò con l’abbandono del vocalist e chitarrista Tim Eiermann e del batterista Wolle Maier, i quali diedero vita ai fortunati (e ben più remunerativi) Liquido, autori del singolone spaccaclassifiche “Narcotic”, che tormentò le nostre orecchie nel 1998.

Rimasto a sostenere le sorti del gruppo, Flo Schwarz  (voce, chitarra, tastiere) ricostruì i Pyogenesis con la line-up di “She Makes…” per poi metterli a riposo fino ad oggi. “A Century In The Curse Of Time” vede il collettivo in ottima forma. Strano ma vero, Tim Eiermann torna a suonare sul disco (ma sembra che nel frattempo abbia di nuovo abbandonato il progetto) e il platter appare quanto mai cangiante. E’ come se il gruppo mettesse sul piatto tutto quello che è stato il suo percorso evolutivo, lanciandosi spesso in roboanti soluzioni metalliche, momenti di indie rock e seduzioni pop. L’album, che apprendiamo essere un concept basato sulla narrativa steam punk, flirta dunque con un bacino musicale molto vasto, tra un metal moderno e compatto, oscurità post punk à la Killing Joke e melodie radiofoniche che non negano l’esperienza maturata da Tim nei Liquido.

L’opener “Steam Paves Its Way (The Machine)” propone un robusto corpus metal, con tanto di chitarre compresse e accelerate e voci in growl, ma la melodia che lo regge è ficcante e altrettanto il refrain. Tale ricerca di un’orecchiabilità comunque mai pacchiana o da mero intrattenimento è svelata nell’ottima “This Won’t Last Forever”, episodio che viaggia tra un alternative metal che pare arrivare dagli anni’90, punk e pop. Tali momenti easy-listening sono numerosi ma non invadono la muscolarità del lavoro. Ne è un esempio “The Best Is Yet To Come”, canzone davvero trascinante che, non fosse per una produzione che accentua la componente più heavy del gruppo, avrebbe potuto essere per davvero un brano dei Liquido.

Altri pezzi da novanta sono “The Swan King”, che risveglia il passato con i suoi ritmi lenti e le venature dark, ma evolve ancora in una melodia boombastica che entra sottopelle e la magnifica suite che da il nome all’opera. Brano che si approssima ai quindici minuti di durata, “A Century In The Curse Of Time” è per certi versi una canzone d’avanguardia, nella quale rientrano elementi sinfonici, un ottimo uso dei cori e una costante energia, che si manifesta persino nei suoi risvolti più pacati. Un ritorno davvero interessante e un disco che bilancia al meglio tanto il lato heavy quanto quello intrigante del gruppo.

Voto recensore
7,5
Etichetta: AFM Records

Anno: 2015

Tracklist:

01. Steam Paves Its Way (The Machine)
02. A Love Once New Has Now Grown Old
03. This Wonʼt Last Forever
04. The Best Is Yet To Come
05. Lifeless
06. All We Had Was Hope
07. The Swan King
08. Flesh And Hair
09. A Century In The Curse Of Time


Sito Web: http://pyogenesis.com/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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