Pungent Stench – Recensione: Smut Kingdom

Se pur ufficialmente disciolti da una decina d’anni i Pungent Stench hanno sempre goduto di una meritata considerazione nel sottobosco degli amanti del death più classico. Molto gradita è stata quindi la serie di ristampe appena pubblicate dalla Dissonance, che ha reso nuovamente disponibile tutto il catalogo storico e che, dulcis in fundo, mette a disposizione anche “Smut Kingdom”, ovvero l’album abbandonato dalla band quasi pronto per l’uscita a causa dell’improvviso split. Le incisioni di allora sono state riprese e l’album, masterizzato da John Mitchell agli Outhouse Studios nel 2017, è finalmente pronto per la pubblicazione.

E meno male! Visto che lasciare del tutto inedito un lavoro molto buono come questo sarebbe stato un delitto… Fin da “Aztec Holiday” l’album centra infatti il bersaglio. In totale controtendenza con la tediosa brutalità e la scolastica esibizione tecnica di troppe band contemporanee, i Pungent Stench sparano (o meglio sparavano nel 2007) un brano dallo spirito puramente death n’ roll, vicino a certi Entombed e ai Carcass di “Swansong”. Una canzone, non un’accozzaglia di riff e di blast beat a manetta. Sarà una banalità, ma un brano bello aggressivo, con però una struttura lineare, un suono pastoso e un refrain cantabile è una formula che se ben preparata fa sempre un certo effetto.

La parte migliore deve però ancora venire, perché i Punget Stench, proprio perché ben consci di quello che stanno facendo, si guardano dal riproporre la stessa ricetta per tutto l’album, ed infatti il brano successivo, “Persona Non Grata” è decisamente più accostabile al death/thrash old school, ma sempre ben calibrato su sonorità calde e dalla timbrica cupissima (con un rallentamento a metà davvero efficace). “Devil’s Work” cambia ancora le carte in tavola, con un riffing più thrash, ma sempre un bel numero di cambi di ritmo e una punta melodica classicamente heavy metal (ma non clean vocals!!).

Con “Brute” facciamo invece un bel viaggio indietro nel tempo, fino agli anni settanta… ammesso che all’epoca si fosse suonato death metal, un brano come questo avrebbe avuto la sua bella fetta di gloria. Cupo e psichedelico, con un retrogusto bluesy, ben si abbina al riff sabbathiano che apre la title track, che però diventa ben presto un brano thrash in costante accelerazione, per poi rallentare nuovamente (un bel numero di cambi di ritmo per soli tre minuti di musica).

L’altalena di influenze e le continue variazioni rimangono una costante anche degli altri brani, con “Suicide Bombshell” che passa dal doom, al death al thrash, “Opus Dei”, groovy e ancora thrash per certi riff, ma caratterizzata da un’atmosfera molto dark, “I Require Death Sentence” che sfiora in certi momenti il death/grind e la conclusiva e lunga “Planet Of The Dead” che rallenta in alcuni passaggi fino quasi a lambire i primi Cathedral e che del death doom è quasi un manifesto. Il tutto chiaramente ben condito dallo gusto poco ortodosso (qualcuno lo chiamerebbe “cattivo”) tipico della band per liriche non convenzionali e la capacità di filtrare e rimescolare il tutto attraverso un punto di vista strettamente personale.

Un disco estroso e non tanto facilmente inquadrabile in un solo sottogenere, come era lecito attendersi dai Pungent Stench… i fan possono andare tranquilli e completare la discografia.

Voto recensore
8
Etichetta: Dissonance Productions

Anno: 2018

Tracklist: 01. Aztec Holiday 02. Persona Non Grata 03. Devil’s Work 04. Brute 05. King Of Smut 06. Suicide Bombshell 07. Opus Dei 08. I Require Death Sentence 09. Me Gonzo 10. Planet Of The Dead

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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