Pride Of Lions – Recensione: Lion Heart

Ancor prima che melodico, il rock dei Pride Of Lions potrebbe definirsi collaudato: giunta al sesto album, la band guidata dal frontman Toby Hitchcock e dal compositore e tastierista Jim Peterik (autore di “Eye Of The Tiger” per e con i suoi Survivor) ha saputo costruirsi una solida credibilità in ormai vent’anni di attività, nel corso dei quali ha legato sempre più saldamente il proprio nome alle preferenze più orecchiabili del mercato. Non potrebbe quindi suonare che dolce e cadenzata questa musica, matura ed espressiva come potevano esserlo gli stessi Survivor, i Lynyrd Skynyrd più arrembanti oppure un Meat Loaf mediamente ispirato a metà degli anni ottanta. I suoni rotondi della batteria, le frequenti rifiniture elettroniche ed un’impalcatura dei brani che più classica e prevedibile non si può caratterizzano un prodotto la cui principale prerogativa sembrerebbe quella di non offendere, né impegnare eccessivamente l’ascoltatore. “Lion Heart” è un album fatto di ripetizioni innocenti ed una insistenza ostinata sugli stessi concetti, elementi forse banali ma che gli attribuiscono – e fa quasi simpatia ammetterlo – il senso di una certa convinzione: nonostante i motivi per scrivere a casa non siano molti, nel disco si avverte effettivamente un certo orgoglio che finisce col conquistare. 

Vuoi per l’interpretazione maiuscola di Hitchcock (“Unfinished Heart”), vuoi per i ritmi compassati che espongono incuranti il fianco ad ogni genere di critica, ogni brano unisce all’ispirazione non propriamente brillante almeno una apprezzabile trasparenza. “Lion Heart” suona lineare, insomma, ma per nulla stantìo: la produzione è all’altezza, i cali di tensione sono mascherati con mestiere ed ogni tanto si avverte anche quel qualcosa in più – come il basso pimpante di “Heart Of The Warrior” – che ravviva l’atmosfera. “We Play For Free” e “Flagship” sono scolastiche ed ordinate, composte meccanicamente pezzo dopo pezzo come mobili dell’Ikea ma dotate di un certo gusto, “Carry Me Back” è un inno di pop inglese sapientemente rinforzato dove conta, “Now” è la ballad in rilassata scioltezza sfornata da chi ne ha già composte tante altre e “Good Thing Gone” sai di averla già sentita in almeno altri dieci dischi ma è talmente ben assemblata, lirica ed arrangiata che scusi volentieri i POL per averci voluto propinare anche la loro versione. Il maggior pregio dell’ultimo lavoro della band americana è quello di sentirsi perfettamente a proprio agio in un mondo fatto di note nostalgiche e scintillanti, cura del dettaglio e compiaciuta perpetuazione del proprio carattere melodico. Sono l’innesto efficace, la quadratura delicata del cerchio ed una concentrazione che accompagna ogni singola traccia a rendere a suo modo personale un lavoro per sua natura derivativo: grazie a questa attitudine appassionata e corale il sestetto riesce a collocare il disco in una terra di nessuno che lo allontana quanto basta dalla massa delle scopiazzature, dagli emuli del Bel Paese e dalle scorciatoie che spesso tentano con il fascino perverso del clichè chi suona AOR. 

Come quel famoso vino in cartone che per reinventarsi autentico ci ricordava la terrosa fatica necessaria per produrlo, il lavoro dei Pride Of Lions sembra facile da ascoltare ma non così scontato da produrre, ed in questa trasformazione da difficile a semplice si concentra il peso bello della sua competenza: non si spiegherebbe altrimenti la scelta coraggiosa di inserire in scaletta un brano di sei minuti come “Rock & Roll Boomtown” senza che le sue velleità progressive facciano danni. Anzi. Come un (buon) sangiovese proposto nella spigolosa semplicità del Tetrapak, questa nuova uscita di Frontiers invita a scoprirla al di là dei caratteri insopprimibili del suo pedigree e della prevedibile compostezza delle sue premesse: la natura genuina e la piacevolezza perfino sorprendente con la quale scorrono gli ascolti sono tra i ricordi migliori che, almeno per qualche giorno ed in mancanza di ulteriori sussulti, sapranno farci invaghire – senza volerlo ammettere, mai – di “Lion Heart” e tornare a perderci tra le note del suo rock dal gusto morbido, avvolgente ed inebriante, ma con moderazione.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2020

Tracklist: 01. Lion Heart 02. We Play For Free 03. Heart Of The Warrior 04. Carry Me Back 05. Sleeping With A Memory 06. Good Thing Gone 07. Unfinished Heart 08. Give It Away 09. Flagship 10. Rock & Roll Boomtown 11. You’re Not A Prisoner 12. Now
Sito Web: facebook.com/PrideOfLionsBand

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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