Praying Mantis – Recensione: Keep It Alive

E’ confortante ed ispiratrice la constatazione che gli inglesi Praying Mantis si sono formati nel 1973, che è lo stesso anno nel quale i miei genitori hanno fondato, come dire, me. Capita infatti raramente che una band con numerose esperienze e primavere alle spalle, alle prese con così tanti cambi di line-up da meritare un istogramma su Wikipedia per descriverli tutti, torni e ritorni puntualmente a proporsi con voglia, credibilità e qualità. Segno, forse, che dedizione coerenza e passione non invecchiano né passano davvero di moda, ed aiutano chi li vive a rimanere felicemente se stesso, più a lungo.

Autori convinti di un rock melodico che nel tempo ha abbracciato sonorità progressivamente più potenti, i Praying Mantis si presentano con Keep It Alive in quella dimensione live che più esalta la fisicità ed il dinamismo propri del genere, la sintonia col pubblico ed anche le collaudate capacità tecniche dei singoli. Da questo punto di vista il disco tratteggia una dimensione precisa ed intimista, dal momento che lo spazio lasciato all’ambiente ed alla interazione con i suoi elementi – spazi, componenti della band, audience – non è molto, se si esclude un “Happy Birthday To You” cantato in onore del chitarrista e fondatore della band Tino Troy, al termine della veloce e potente “Panic In The Streets”. Prevale quindi una ripresa, formalmente corretta ma non bombastica, propria di una realtà anagraficamente e stilisticamente matura, ritmicamente molto solida, fronteggiata da John JayCee Cuijpers con irreprensibile, consumata personalità. Voce e batteria sono gli elementi in primo piano, mentre a chitarre e basso è riservato un trattamento interessante perché d’altri tempi, con una presenza meno spinta parzialmente compensata da un accentuato senso di stereofonia.

Il materiale proposto nel doppio formato CD/DVD non è molto, limitandosi la scaletta a dieci tracce tratte da Time Tells No Lies (1981), Predator In Disguise (1991), A Cry For The New World (1993), Sanctuary (2009), Legacy (2015) e Gravity (2018), più funzionali alla presentazione dell’ultima fatica discografica pubblicata da Frontiers che non alla compilazione di un vero “Best Of”. Per chi tuttavia si volesse avvicinare per la prima volta alla dimensione del quintetto britannico proprio con l’ascolto di Keep It Alive, gioverà ricordare che ci troviamo di fronte ad un heavy rock di classe, ma non necessariamente “classico” nell’accezione più descrittiva, finita e limitante del termine. I Praying Mantis sanno infatti affascinare il pubblico di Milano con un rock liquido e fine (“Highway”, “Believable”), cori anthemici ai quali ci si vuole unire alla prima doccia (“Keep It Alive”) ed una sobrietà di fondo che è indice di grandi consapevolezza e maturità.

L’aggregare, l’associare, e anche il complesso delle persone o delle cose che vengono aggregate o che si aggregano: (…) nel linguaggio sociologico e giornalistico, luoghi al chiuso o all’aperto in cui gruppi di individui che abbiano interessi e tendenze comuni possono incontrarsi e svolgere attività varie (Treccani.it)

Se c’è un merito che va ascritto a questo disco è quello di saper proiettare l’immagine di una band che – tecnicamente dotata – suona soprattutto per il suo pubblico, mantenendo una vicinanza empatica e palpabile, privilegiando la musicalità universale dell’espressione e rendendo l’intera esperienza squisitamente accessibile. Il disco diventa così un instant-live che è celebrazione elegante e consistente di uno stile che aggrega, un esempio di NWOBHM senza tempo e senza confini (“Time Slipping Away”) ed il riconoscimento di una realtà discografica italiana che in pochi anni è diventata un punto di riferimento dal punto di vista imprenditoriale, storico/artistico e culturale. Nonostante in questo frangente la dimensione del concerto non aggiunga elementi di novità alla narrazione, va dato a questo album il piccolo o grande merito di proporsi, grazie ad una selezione di brani asciutta ma sufficientemente varia e ad una discreta resa sonora, come uno showcase onesto da consigliare ai fan acquisiti, ed a quelli che, invitati da questi assaggi all’ascolto della precedente (e futura) discografia, potrebbero con ogni probabilità diventarlo.

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2019

Tracklist: 01. Captured City 02. Panic In The Streets 03. Highway 04. Believable 05. Keep It Alive 06. Mantis Anthem 07. Dream On 08. Fight For Your Honour 09. Time Slipping Away 10. Children Of The Earth

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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