Praying Mantis – Recensione: Gravity

Dopo il successo di critica e di pubblico ottenuto con il precedente “Legacy” i Praying Mantis si devono esser detti che non si cambia mai una squadra vincente, ed infatti in questo nuovo “Gravity”, a partire dalla cover, affidata ovviamente al gusto sempre affascinante di Rodney Matthews, per finire con la produzione e la formazione, tutto appare solido come raramente era successo nella band dei fratelli Troy.

Di sicuro questo è un aspetto largamente positivo se ci si sofferma sulla bella voce del cantante John Cuijpers e in generale il disco mette in luce la consueta ben dosata miscela di brani rock e momenti più morbidi e melodici. Qualche sorpresa però non manca, come vedremo. Come sempre più di un brano riesce a farsi canticchiare volentieri: ad esempio il discreto singolo “Keep It Alive”, o la più rilassata e vagamente proggy “Mantis Anthem”, tra l’altro proposte entrambe recentemente al Frontiers Festival… ma non di rado le canzoni tendono ad essere di minor immediatezza e cercare una via espressiva più particolare.

Non che nell’hard rock melodico ci si aspetti una qualche innovazione, immagino tutti gli ascoltatori del genere siano ben consci della cosa, ma proprio per questo ci si attende spesso che le canzoni siano d’impatto pressoché istantaneo. E che la band sia all’altezza della missione lo raccontano le molte anthem song davvero riuscite fatte in carriera, ma in questo caso possiamo parlare di un tentativo, però non proprio del tutto andato a buon fine, di uscire per una buona metà del disco da questo schema.

Se escludiamo infatti le buone, anche se comunque un po’ troppo prevedibili, “39 Years” e “Shadow Of Love”, oppure la bella e delicata melodia di “Time Can Heal”, il resto è da un lato meno canonico (il che è un bene), ma dall’altro anche meno di presa e, almeno ogni tanto, un poco noioso. La title track, ad esempio, piazza un coro molto poco convincente, e anche brani sicuramente ben suonati e non privi di un potenziale fascino, come “The Last Summer” o “Foreigner Affair” semplicemente scivolano via anonimi, come se girassero attorno al bersaglio pieno, ma senza mai centrarlo. Troppo poco rock per trascinare, troppo poco particolari per affascinare…

Decisamente più riuscite sono invece, pur nella loro forma meno rock di quanto ipotizzabile, sia la avvolgente “Ghosts Of The Past”, caratterizzata anche da un riuscito arrangiamento quasi sinfonico, che, questa si riuscita e particolare sia nell’incipit di chitarra che nel ritornello, “Destiny In Motion”, oppure la conclusiva e più epica “Final Destination”. Nel complesso il quadro resta assolutamente positivo, perché i brani top ci sono, ma qualche riempitivo di troppo attesta la valutazione globale al di sotto di un album di maggiore resa come “Legacy”.

Voto recensore
7
Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Keep It Alive 02. Mantis Anthem 03. Time Can Heal 04. 39 Years 05. Gravity 06. Ghosts Of The Past 07. Destiny In Motion 08. The Last Summer 09. Foreign Affair 10. Shadow Of Love 11. Final Destination

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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