Manic Street Preachers – Recensione: Postcards From A Young Man

Il decimo album in studio è, per i Manic Street Preachers, un traguardo particolarmente significativo: sono passati vent’anni da quando, in occasione del fulminante debutto "Generation Terrorists", la band dichiarò di voler vendere dieci milioni di copie del primo album e poi ritirarsi. Nel frattempo, non più tardi di un paio d’anni fa, è stato dato ufficialmente per scomparso Richey James, quarto membro dei MSP disperso già dal 1995, all’indomani dell’uscita del capolavoro "Holy Bible".

Con la miscela irresistibilmente kitsch di attitudine punk e grandeur figlia dei Queen, militanza politica e ritornelli fatti per essere cantati dalle masse (e contro le classi), i Manic Street Preachers hanno costruito un percorso emozionante, fatto in ugual misura di sviluppi, ripartenze e ripescaggi: "Postcards From A Young Man", in quest’ottica, può essere considerato il successore ideale di "Everything Must Go", ovvero il maggior successo commerciale della band. Rispetto al 1996, il pessimismo che permeava alcuni dei pezzi si è disperso nell’etere, e così l’elemento che maggiormente colpisce in questo nuovo lavoro è l’ariosità, sottolineata ed amplificata dal sempre ingenuamente emozionante uso dei cori. Le radici "sporche" del gruppo, che al debutto citava tra le maggiori influenze i Guns’N’Roses, sono presenti ancor oggi sotto forma della collaborazione di Duff McKagan, basso in "A Billion Balconies Facing The Sun", pezzo che parte oscuro per poi esplodere in un chorus solare proprio come suggerisce il titolo. Tra gli altri significativi special guest dell’album pure John Cale, che suona le tastiere nel pop lisergico di "Auto-Intoxication".

Vale il solito discorso: o li si ama o li si odia, caratterizzati come sono da sfacciataggine musicale, impegno misto a sguardo naif, capacità di scrivere chorus che sono semplici e banali soltanto all’apparenza. Perfetto esempio dell’essenza della band, dopo l’amara ironia dell’opener e primo singolo "It’s Not War (Just The End Of Love)", arriva nella title track, ideale prosecuzione di quella "A Design For Life" che aveva aperto nuovi orizzonti di pubblico ai Manic Street Preachers. Da ricordare anche l’emozionante duetto con Ian McCulloch (Echo & The Bunnymen) in "Some Kind Of Nothingness", che musicalmente si riallaccia a quanto proposto su "Send Away The Tigers". Ancora, l’allegra e leggera "I Think I’ve Found It" e il vibrante crescendo finale di "The Future Has Been Here 4 Ever".

In copertina l’attore Tim Roth, figura che si lega agli esordi della band, quanto Roth era sul punto di diventare un’icona con la sua interpretazione in "Le iene" di Quentin Tarantino.

Piaccia o no la musica dei Manic Street Preachers, James Dean Bradfield si conferma cantante strepitoso, unica voce in grado di rendere credibile ed emozionante un percorso musicale fatto di accostamenti impossibili ed impossibili rinascite.

Voto recensore
8
Etichetta: Sony

Anno: 2010

Tracklist: 01. (It’s Not War) Just The End of Love
02. Postcards From A Young Man
03. Some Kind of Nothingness (feat. Ian McCulloch)
04. The Descent (Pages 1 & 2)
05. Hazleton Avenue
06. Auto-Intoxication
07. Golden Platitudes
08. I Think I’ve Found It
09. A Billion Balconies Facing The Sun
10. All We Make Is Entertainment
11. The Future Has Been Here 4 Ever
12. Don’t Be Evil
Sito Web: http://www.myspace.com/manics

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