Rakoth – Recensione: Planeshift

Ebbi già modo di scrivere di questo CD dei russi Rakoth in occasione della sua uscita per la nostrana Code666, dovrebbero essere ormai un paio d’anni. Infatti, il disco adesso in esame è la ristampa da parte della Earache del “Planeshift” edito dall’italica etichetta agli albori della sua metallica storia. Si diceva che io già scrissi di questa release, e non fui tenero, in quella circostanza; della qual cosa, in seguito mi pentii, ma andiamo con ordine. Io pur essendo conscio che l’intera stampa mondiale glorificava i Rakoth come la new sensation definitiva del black metal mi dissociai e scrissi che come black metal album questo disco non vale nulla. Adesso come adesso, io confermo la mia opinione, non perché il disco sia brutto o scadente (tutt’altro!) quanto piuttosto perché la sua possibile audience non si individua in un pubblico black metal. Trascuriamo la intro e concentriamoci sul pezzo d’apertura “Fear wasn’t in the design”: nel breve volgere di un minuto, incontriamo uno stacco black metal, un pezzo menestrellare che a me ricorda dannatamente Angelo Branduardi, un pezzo folk russo, un riff death metal. Tutto il disco segue questa falsariga, a volte gli stacchi sono più meditati, altre volte sono completamente improvvisi e spiazzanti, ma tutto questo torna a merito del gruppo che ha saputo amalgamare una quantità di influenze tale da poter dire che questo disco in ambito metal è assolutamente unico e non ha termini di paragone. Compositivamente parlando, sono assolutamente geniali, non hanno limiti, non se ne pongono né si dannano l’anima per questo. Qualunque cosa passasse loro per la mente, l’hanno utilizzata, con l’utilizzo di strumenti inusuali per il metal come il flauto e il violoncello ed una spiccata predilezione per la musica tradizionale russa. Adesso, si è sentito parlare di questo album come “post black metal” più di una volta, ma secondo me questo termine non significa nulla: per i Rakoth, tutto il metal è significativo, quindi potete tranquillamente aspettarvi un riff a-la Iron maiden seguito da uno stacco di dieci secondi ispirato dai Satyricon, ed immediatamente dopo un arpeggio siderale che avoca a sé lo spettro dei Pink Floyd, più folk, gighe, musica classica….di tutto. Detto così, sono degli autentici geni. In pratica, il disco ha degli spunti di assoluto rilievo ma forse è penalizzato dalla scarsa immediatezza e poca assimilabilità; ci vogliono tanti e tanti ascolti per apprezzarlo come merita, io ci ho messo due anni a capirlo e goderne appieno. Inutile citare un brano migliore o peggiore, il disco va sempre ascoltato in toto per essere stimato e valorizzato nel migliore dei modi, alcune volte sembra che il silenzio che intercorre tra un brano e l’altro sia esso stesso parte del concept e posto strategicamente, di sicuro una band che la Earache metterà in grado di esprimere il suo pieno potenziale e che potrebbe diventare un punto di riferimento negli anni a venire. Io se dovessi indicare un gruppo di progressive metal, nel senso più puro del termine, indicherei senza dubbio i Rakoth, che hanno unito la follia compositiva dei grandissimi del progressive rock al folk della loro terra, alle sonorità più moderne del metal.

Voto recensore
7
Etichetta: Elitist / Self

Anno: 2002

Tracklist: Planeshift (Intro)
Fear (Wasn't In The Design)
Noldor Exodus
The Dark Heart Of Uukrul
Og'Elend
Planeshift
Gorthaur Aulendil
Mountain God
The Unquiet Grave
Outro

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login