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Iced Earth – Recensione: Plagues Of Babylon

Dopo aver piazzato un buon colpo con il precedente “Dystopia” Jon Schaffer deve aver pensato di aver ritrovato la formula giusta per i propri Iced Earth e messosi al lavoro per questo nuovo “Plagues Of Babylon” non ha certo mancato di pensare ai successi passati come importante punto di riferimento.

Se infatti le notizie ci dicono che dietro al risultato ottenuto ci sia come mai in precedenza lo zampino di altri membri della band – e su tutti del bravo singer Stu Block – basta dare anche solo un rapido ascolto a canzoni come la title track, “The Culling” o “Chtulhu” per capire che gli album del passato più simili a questo sono “Something Wicked This Way Comes” e “Horrorshow”, oltre che il vicino “Dystopia”, almeno nella forma di un suono pulitissimo ed essenziale.

Una scelta, consapevole o meno, che ha sicuramente dato buoni frutti e ha permesso alla band di uscire da quel circolo vizioso caratterizzato da brani troppo pretenziosi e di scarso impatto emotivo in cui era scivolata con “Framing Armageddon” e soprattutto il noioso “The Crucible Of Men”.

Senza cercare cambiamenti improbabili del format più rodato le canzoni di “Plagues Of Babylon” girano attorno ai punti cardine che da anni hanno fatto la fortuna della band: il grattugiato arrembate delle ritmiche di chitarra, il gusto epico e a tratti dark delle melodie, i vocalizzi potenti e quel tanto che basta di cantabilità nei cori da rendere il disco una vera potenza da proporre dal vivo.

Le prime sei tracce sono quelle ammantate da maggior respiro epico e non a casa vanno a comporre un mini-concept dal taglio horror/science fiction che molto lo avvicina (anche musicalmente) a quanto fatto in precedenza. Vanno giustamente ascoltate tutte insieme e, pur senza andare a cercare l’immediatezza a tutti i costi, riescono comunque a farsi apprezzare per il buon equilibrio tra la necessità di creare una logica narrativa di collegamento e il mantenimento di un’identità per ogni singola canzone. A nostro giudizio il meglio lo si trova proprio nella atmosfera spessa e oscura di “The Culling” e nella appena successiva “Among The Living Dead”, song magniloquente e giostrata in modo pregevole con l’inserimento di armonie leggermente dissonanti dal contesto.

Chiusa la parentesi concept si passa subito alla ballata: “If I Cold See You” rimanda a brani come “Watching Over You” e “I Died For You”. Lo fa in modo fin troppo furbo, visto che alcuni momenti ricordano esageratamente la melodia dei suddetti brani, ma in ogni caso nell’insieme assolve egregiamente la propria funzione di intermezzo e apre alla seconda parte del disco che riserva invero qualche sorpresa non del tutto piacevole.

Solo la citata “Chtulhu” va infatti dritta tra le migliori canzoni scritte di recente dalla band; ben calibrata tra un ritmica decisa e una struttura agile, arricchita dalle giuste armonie e da un’eccellente linea vocale. A proposito, ci sentiamo di sottolineare la prova rimarchevole di Stu Block, che pur restando nel solco del suo più illustre predecessore (l’immenso Matthew Barlow) riesce nella difficile impresa di non farne sentire la mancanza.

Purtroppo da qui in poi il disco perde un po’ di qualità, prima con un paio di brani non certo indimenticabili: ovvero la insipida “Peacemaker” e la appena migliore “Parasite”, i classici pezzi né brutti né belli che potevano rimanere tranquillamente nel cassetto senza farsi rimpiangere.

E poi con un finale lasciato a due pezzi decisamente anomali: “Spirit Of The Times” è infatti una (identica) riproposizione della song già incisa per i Sons Of Liberty (progetto di Schaffer) e che, pur essendo di una certa qualità, si sarebbe potuta tranquillamente riservare come bonus o semplicemente inserire nel repertorio live. Ancora più inusuale e fuori contesto, ma in questo caso anche piuttosto divertente è invece la cover di “Highwayman”. La scusa è buona per far partecipare qualche ospite illustre come Russel Allen e Michael Poulsen (Volbeat), ma anche qui, se fosse stata una bonus nulla da obiettare, ma come album track non ci pare completamente riuscita.

Forse non siamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro, visto che tanti, forse troppi, sono i rimandi al passato e che qualche song definibile filler la possiamo trovare, ma, almeno per due terzi, “Plagues Of Babylon” va comunque annoverato tra gli album riusciti targati Iced Earth. In attesa di poter ammirare a breve la band dal vivo, dimensione che da sempre è la più congeniale per la musica di Schaffer e compagnia.

Voto recensore
7
Etichetta: Century Media Records

Anno: 2014

Tracklist:

01. Plagues Of Babylon
02. Democide
03. The Culling
04. Among The Living Dead
05. Resistance
06. The End?
07. If I Could See You
08. Cthulhu
09. Peacemaker
10. Parasite
11. Spirit Of The Times
12. Highwayman


Sito Web: http://www.icedearth.com/

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. andpec

    Nella recensione non si nominano le superlative “The end?” e “Democide”. La più bella dell’album è per me “Peacemaker”! Pessima “If I could see you”. Quindi pur non approvando l’analisi sulle singole canzoni concordo comunque sul voto 7. Infatti almeno 7/12 dell’album mi piacciono. La ballad e forse “Resistance” fanno acqua da tutte le parti, per il resto molte ottime canzoni con troppe similitudini con “Dystopia” (che era però un album superiore).

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