Asia – Recensione: Phoenix

Phoenix” è senza dubbio uno degli album più attesi dell’anno, per tutti quanti seguono con interesse la scena del rock melodico ma anche per chi, curioso, voleva capire fino a che punto gli Asia in formazione originale potessero ancora avere un senso. Il verdetto è senz’altro positivo, pur riconoscendo che il nuovo album non si attesta sui livelli dei primi capolavori della band. Una band che si è costruita con intelligenza, classe ed un pizzico di furbizia una propria nicchia fra il pubblico dell’AOR e quello del prog rock romantico inglese e del pomp rock d’oltreoceano. “Phoenix” si posiziona musicalmente nell’intersezione fra quegli Asia – quelli dei primi tre album, tanto per intenderci -, gli ultimi lavori da solista di John Wetton e soprattutto i recenti album usciti sotto l’egida Wetton/Downes, che a posteriori altro non sono che il logico preludio a questa reunion. A suggellare quest’incrocio di esperienze, la squisita malinconia adulta, a tratti squistamente pop, del finale, che ci consegna tre episodi maturi e sensibili come “Orchard Of Mines“, “Over And Over” e “An Extraordinary Life“.

Il fatto, si diceva, la notizia è che Geoff Downes, Steve Howe, Carl Palmer e John Wetton sono di nuovo insieme, e la cosa funziona. Andando ad analizzare l’album, l’apertura è efficace musicalmente ed emotivamente: la struggente nostalgia di “Never Again” è capace di far venire gli occhi lucidi, e l’intro della ballad “Heroine” è così simile a quella senza tempo di “The Smile Has Left Your Eyes” da essere toccante, anche ma non solo per i suoi rimandi. Wetton è sempre in forma smagliante, ma questa d’altra parte non è una scoperta: la sua carriera solista è proseguita nel corso degli anni su coordinate musicali tutto sommato non troppo distanti da quelle degli Asia, e con buoni – a volte ottimi – risultati. Fa piacere, piuttosto, constatare che è stato in grado di superare i problemi di alcolismo che hanno ricominciato ad affliggerlo, e che erano stati la causa del suo allontanemento dagli Asia all’apice del loro successo. Quanto alla band nel suo complesso, l’armonia è senz’altro ritrovata; quello che manca, semmai, in qualche frangente, sono quella passione e quell’energia che avevano consentito agli Asia di imporsi quale punto di riferimento e metro di paragone per un’intera scena. E così accade loro di perdersi per strada nei due lunghi episodi epici, unici veri momenti di flessione di “Phoenix“. Alcuni pezzi più leggeri – “Alibis” su tutti, con il caratteristico gioco di voci che ha reso immortale la band – riportano alla memoria e alle orecchie l’essenza di ciò che ha fatto amare gli Asia. Stesso discorso vale per la ballad semplice ed efficace “I Will Remember You“. E ancora, le inattese melodie quasi mediterranee di “Wish I’d Known All Along“, giocata in punta di piedi sulla classe di Steve Howe e sulla fantasia della sezione ritmica con un Carl Palmer sempre inappuntabile.

Una promozione piena, per il merito di riportare alla luce – seppure a sprazzi – quella magia estremamente personale, a tratti commuovendo in maniera ingenua e demodé, a tratti lasciando che sia la classe a rischiarare le profondità dell’anima. Un grande album, familiare ma non ovvio, sempre giocato sul filo delle emozioni.

Voto recensore
8
Etichetta: Frontiers

Anno: 2008

Tracklist:

01. Never Again

02. Nothing's Forever

03. Heroine

04. Sleeping Giant/ No Way Back/ Reprise

05. Alibis

06. I Will Remember You

07. Shadow Of A Doubt

08. Parallel Worlds/ Vortex/ Deya

09. Wish I'D Known All Along

10. Orchard Of Mines

11. Over And Over

12. An Extraordinary Life


giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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