Pestilence – Recensione: Hadeon

Patrick Mameli colpisce ancora.  L’anima dei Pestilence non vuole dimenticare i 32 anni di storia, riprendendo a picchiare a qualche anno di distanza dall’ultima uscita griffata “Pestilence” con l’intro “Unholy Transcript”. Un piccolo antipasto prima del primo assalto dell’album: “Non Physical Existent”. Canzone up-tempo, perfetto manifesto del “Mameli-pensiero”. Ancora una volta infatti Patrick Mameli, voce e chitarra della band dagli esordi, è saldamente al comando di una band profondamente ristrutturata nel corso degli ultimi anni. Intesa e decisa, con un bel solo ad incastrarsi in una ritmica complessa e melodica al tempo stesso.

Avanti con “Multi Dimensional”, che parte aggressiva e che picchia senza sosta. Si passa poi al mid-tempo oppressivo (e dai tratti quasi epici) “Oversoul”, che gioca con le chitarre ispirate e taglienti. Molto positivi i cambi di umore della canzone, presi per mano da un lavoro mostruoso di Mameli e Calin Paraschiv, che infilano note una dietro l’altra. Ancora una volta si torna a pestare sull’acceleratore con “Materialization”, canzone che ricorda da vicino la storia passata della band olandese. In meno di tre minuti aggressività e complessità delle trame musicali. L’impatto di una canzone come questo parla chiaro: sarà tra la preferite dai fan dal vivo.

Passaggio successivo “Astral Projection” che mantiene altissima la tensione. Un death metal quasi old-school (almeno per i canoni Pestilence) che spiazza con un break “spaziale” dove il basso e la voce filtrata di Patrick Mameli spiazzano, ma tutto sommato convincono. Una canzone che riprende poi il viaggio interstellare, ritornando a percorrere la strada iniziale. Ottima la batteria di Septimiu Harsan, che si lega perfettamente con un solo convincente ed al solito decisamente tecnico. “Discarnate Identity” invece è emozione allo stato puro: una canzone perfetta introdotta da una chitarra quasi sognante che apre alla migliore song di “Hadeon”. Cambi di tempo, accelerazioni, melodia e cattiveria. Un mix perfetto per chi volesse avvicinarsi all’arte dei Pestilence.

“Subdivisions” invece uno dei pochi momenti di pausa. Un break strumentale dal sapore fusion, con il basso di Tilen Hudrap a guidare un viaggio mistico che “profuma” di oriente. Finita la “ricreazione” ecco che Patrick e Calin riprendono a macinare riff con la possente “Manifestations”. Piglio old-school che gioca molto sul groove. Buona canzone, ma forse quella più prevedibile. “Timeless” invece si contraddistingue per l’intensa prova di Mameli al microfono. Decisamente convincente anche il chorus, che rallenta leggermente il ritmo ma che mantiene altissima la tensione. Bello poi il cambi di tempo a ¾ di canzone: perfetto per il secondo solo della canzone.

Ci avviciniamo alla fine dell’album con “Ultra Demons”, canzone che flirta con un suono profondamente debitore dei Death di Chuck Schuldiner. Una canzone dall’ottimo chorus e con un break ancora una volta dal sapore “spaziale”. Chiusura da urlo con “Layers Of Reality”. Vero manifesto del “Pestilence – pensiero” per l’anno 2018. Death metal tecnico, progressivo e dannatamente aggressivo. Un modo perfetto per celebrare il nuovo nato.

“Hadeon” è un disco decisamente positivo, che raccorda il passato prossimo della band ad un futuro da affrontare con determinazione e piglio battagliero. Bene così.

Voto recensore
7
Etichetta: Hammerheart Records

Anno: 2018

Tracklist: 1. Unholy Transcript 2. Non Physical Existent 3. Multi Dimensional 4. Oversoul 5. Materialization 6. Astral Projection 7. Discarnate Entity 8. Subvisions 9. Manifestations 10. Timeless 11. Ultra Demons 12. Layers Of Reality 13. Electro Magnetic

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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