Fates Warning – Recensione: Perfect Symmetry

Grande band i Fates Warning, tanto influente quanto sottovalutata nell’intera scena prog/ heavy rock. Il gruppo gira intorno alla figura carismatica e molto preparata di Jim Matheos, chitarrista davvero estroso che successivamente parteciperà anche ad un side-project dei Dream Theater (n.d.M. gli Office of Strategic Influenze, meglio noti come OSI, con l’eclettico Mike Portnoy alla batteria e l’incomparabile Kevin Moore alla tastiera, presente anche in “A Pleasant Shade Of Gray” degli stessi FW).

Abbandonate le sonorità “classic heavy” delle origini, i nostri sfornano (nel lontano 1989) questo capolavoro che prende il nome di “Perfect Symmetry” e che permette al combo del Connecticut di assumere delle sembianze proprie, una personalità veramente forte nella scena prog dell’epoca. Mentre molto gruppi ostentavano nel percorrere la strada dell’evoluzione, i Fates Warning puntavano a delle sonorità dannatamente ottantiane che risultano essere uno dei tanti contributi grazie ai quali oggi si ragiona in modo inverso, ricercando di tornare indietro nel sound di quel periodo.

L’interessantissimo full-lenght dei 5 si apre con “Part Of The Machine” che introduce un sound ispiratissimo per gli attuali Pain Of Salvation e per altri gruppi che contribuiscono (a volte riuscendo altre volte no) a scrivere ottime pagine “progressive”. La voce di Ray Alder subito si presenta in modo caldo ma tagliente: spacca le ritmiche molto intricate ed arricchisce il brano in modo inquantificabile. La batteria è un passo avanti e le parti di basso riescono a dir la loro; i tempi divengono sofisticati, le idee sono tantissime, la carne a cuocere messa su da questa song darebbe pasto sicuro ad un plotone pronto all’assalto, la noia è lontana anni luce dal travolgerci. Anche le doppie linee vocali convincono molto ed affascinano per le atmosfere create insieme ad un rullante che elogia gli anni ’80 con tutto ciò che ci hanno offerto; a tratti si nota un tocco di batteria simile a quello di Scott Rochenfield (Queensryche) e non a caso stiamo parlando di grandissimi esponenti. “Through Different Eyes” è una canzone che da sola vale quasi l’interno album: l’apertura di chitarra dimostra che Jim ha il mondo nelle sue mani, il giro di basso fa perdere la testa ed è a prova di solfeggio, il ritornello è ruffiano quanto basta ma lungi dall’essere scontato, la voce carica di disperazione dà significato a tutto ciò che non può essere previsto, l’assolo è puro hard rock (e anche qui Chris De Garmo ne sa qualcosa). Il brano termina in fader lasciando spazio a “Static Acts” che, con delle battute di tamburi, apre le danze ad una sfuriata di riff in tipico stile power senza fronzoli, e con carica lanciati verso la strofa inizialmente blanda. Solo quando si entra nel pieno della canzone le chitarre si fanno risentire ed anche il buon vecchio Ray interpreta il brano in modo ineguagliabile, con il cuore dell’ascoltatore nelle proprie mani lo conduce in un sogno travolgente, una ballad mistica che fa breccia ed in cui si raggiungono picchi di acuti inarrivabili. Jim Matheos non è da meno e senza fretta si accinge ad introdurre le sue dolcissime note all’interno del bridge, non c’è che dire anche questo è un pezzo di valore.

“A World Apart” ha le idee molto chiare, si continua sulla stessa onda per aggiungere sempre di più, e riuscire nell’intento di scrivere qualcosa di irripetibile. Molto più oscura delle precedenti, è un’agonia che viene trascinata per parole e parole, il doppio assolo porta dolore con sè ma è suonato con una sicurezza cementata e domata dai due egregi chitarristi; solo il termine della canzone fa intravedere uno spiraglio di luce, rappresentato da “At Fate’s Hands”.

A questo punto si potrebbe dare spazio alla semplicità, cercare di catturare interesse optando per una via più diretta visto che se ne posseggono tutte le qualità…ed invece no: le ritmiche divengono sempre più complesse, dando un senso di sicurezza difficile da trasmettere ed i tempi non sono mai suonati con superficialità ma sempre attentamente studiati e profondamente sentiti oltre che eseguiti. “At Fates Hands” non è una semplice traccia, bensì un’opera; l’altra metà che vale l’acquisto dell’album. Caratterizzata, oltre tutto, da una parte strumentale di notevole spessore e che porta con sè dei significati prog molto spiccati (ben ripresi dagli stessi Dream Theater per lo più in Metropolis Pt.2). Anche qui 7 minuti bastano per farci sognare.

La carica ci porta “The Arena” e “The Arena” ci porta alla carica, con un Ray che non perde ispirazione nemmeno per un attimo e una coppia di chitarre che sanno bene ciò che vogliono e lo pretendono. Davvero una nota di pregio al cantato, sempre preciso, d’impatto e intenso d’emozioni e di significati.

Parte “Chasing Time”, altra ballad che riprende le classiche sonorità lanciate da Perfect Symmetry ricalcando le orme delle atmosfere cupe di “A World Apart” ma aprendosi ad un intermezzo intensissimo: il charlestone sembra parlare, dire qualcosa, ma ben presto lascia spazio ad un violino che, come una piuma su un foglio bianco, lascia traccie indelebili nel tempo…negli anni. “Nothing Left To Say” è un misto di quello che si può trovare nell’intero album, prima con tempi scanditi e note intense ed impattanti, poi con calma ed incisione ci conduce verso la fine di un sogno che mai avremo imaginato tale. La voce di Ray sembra non avere confini, il potere sprigionato da Jim sembra spaccare la cassa armonica pur restando nei limiti di un prog molto “classic”. Il tempo cambia ben presto e da lontano giunge una ventata di tecnicità che offre nuova aria: fino all’ultimo il sogno sembra realtà e non è in noi il desiderio di delucidarne i confini, di chiarirne il significato né il motivo. Perché questo? Perchè non si può conoscere il prog senza essere passati per i Fates Warning. Vi sembra di esagerare? Vuol dire che non li avete mai ascoltati.

Voto recensore
9
Etichetta: Metal Blade

Anno: 1989

Tracklist: 01. Part of the Machine
02. Through Different Eyes
03. Static Acts
04. A World a Part
05. At Fates Hands
06. The Arena
07. Chasing Time
08. Nothing Left to Say

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