Arena – Recensione: Pepper’s Ghost

Quando una band si scontra con l’immancabile parabola discendente della sua verve compositiva ha generalmente due strade: prendersi una lunga pausa o temporeggiare con uscite intermedie in attesa di recuperare ispirazione. Il fatto che dal 2000 gli Arena abbiamo immesso sul mercato due EP, due live, un disco acustico e un solo full-lenght non lascia dubbio sull’iscrizione della band alla seconda categoria. ‘Pepper’s Ghost’ arriva quindi alle nostre orecchie un po’ in sordina, senza quel seguito di grandi aspettative che una band di prim’ordine, quale gli Arena continuano ad essere, si porta inevitabilmente dietro. Ed è probabilmente questa prospettiva a mettere in buona luce ‘Pepper’s Ghost’: un lavoro ben concepito, vario, ma in ultima istanza riuscito solo a metà. C’è infatti qualche piccola variazione nel sound del gruppo che è diventato più diretto ed heavy (cosa che probabilmente farà discutere i fan), senza che questo vada ad intaccare comunque l’ovvia componente new-prog. Un cambiamento che si sente eccome nelle prime tre tracce; diverse facce di una ritrovata dinamicità espressiva che conquista già dai primi ascolti. A controbilanciare l’iniziale entusiasmo arrivano però altre tre song poco ispirate, che ripropongono in modo ancora più fiacco quelle atmosfere rarefatte e ripetitive che già ci avevano annoiato in ‘Contagion’. Curioso invece l’esperimento tentato ( e quasi del tutto riuscito) con la suite conclusiva, che si fregia di brevi inserti operistici e fughe progressive di matrice settantiana. Una bella trovata che ha l’unico difetti di dilungarsi un po’ troppo in ripetizioni inutili. Un buon disco che, pur con qualche ombra, può funzionare da trampolino per un prossimo ritorno alla grande.

Voto recensore
6
Etichetta: Verglas / Frontiers

Anno: 2005

Tracklist:

01. Bedlam Fayre
02. Smoke And Mirrors
03. The Shattered Room
04. The Eyes Of Lara Moon
05. Tantalus
06. Purgatory Road
07. Opera Fanatica


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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