Paul Chain – Recensione: Life and Death

Un giorno prenderemo coraggio e ammetteremo prima a noi stessi e poi al mondo, quanto ci manca Paul Chain. Non Paolo Catena, che per fortuna è vivo e lotta insieme a noi tra quadri e produzioni musicali più o meno carbonare, intendo proprio il moniker, che ha cessato di esistere ormai da quindici anni.  Lo dico senza alcuna ironia, ho nostalgia del suo inglese fonetico, delle fotografie scattate in qualche cimitero abbandonato, delle frasi lapidarie (in inglese e italiano) che accompagnavano il libretto del cd, di quel sano senso di artigianato musicale che trasudava da ogni disco. Mi manca soprattutto il coraggio genuino di sperimentare, anche a costo di inciampare in ingenuità grossolane. Il primo lavoro di Chain che mi è capitato tra le mani è stato “Emisphere” (costava poco, ed era pure doppio, chi poteva immaginare di trovarci dentro lunghe composizioni alla klaus Schulze ed i lamenti/gemiti di Sandra Silver?), ma è “Life and Death” quello a cui torno con più piacere. Preceduto dall’EP “Ashes” e primo di una serie di uscite datate 1989, il terzo full-length di Chain, dopo “In the Darkness” e “Opera IVth” (che tuttavia contiene materiale proveniente da diverse sessioni di registrazioni) è uno dei suoi capolavori, in quanto, racchiuse tra l’omaggio ai Goblin di “Steel Breath” (Aldo Polverari alle tastiere) ed il frammento space di “Oblivious”  sono allineate  sette grandi canzoni. Certo, con lo sguardo disincantato del quarantenne si potrebbe ridurre “Antichrist” ad un semplice (ottimo) apocrifo Atomic Rooster, ma per “Kill Me” il discorso cambia:  archetipo della perfetta canzone doom, il pezzo presenta una melodia struggente trascinata dall’interplay tra chitarre e organo. E’ a questo punto che Chain inizia timidamente ad uscire dal territorio metal, cimentandosi con successo prima con l’occult folk (“Ancient Caravan“) poi insaporendo la superba ballata elettrica “My Hills” di aromi southern rock .

Il secondo lato di fatto vede la ricostituzione dei Death SS, con i membri originali impegnati in tutti i pezzi mentre Paul Chain (replicando la scelta di “In the Darkness“) lascia il microfono a Sanctis Ghoram (il compianto Pietro Gori). E’ qui che emerge un’altra grande peculiarità di “Life and Death”: nonostante gran parte delle composizioni siano come al solito a carico del polistrumentista lo sforzo collettivo di tutti gli attori presenti  rende il disco a tutti gli effetti il lavoro di una band. Così, il gran battagliare di chitarre hard blues porta “Allelujah Song” ad essere uno degli apici del canzoniere del pesarese, mentre il basso di Claud Galley sostiene con piglio circense tutta la tensione di “Spirits“. “Cemetery” infine serpeggia misteriosa per quasi otto minuti lasciando modo a tutti i musicisti di esprimersi.

Nello stesso anno verrà pubblicato “The Violet Art of  Improvisation” e pochi mesi dopo arriverà il monolite “Opera Decima“, opere tanto difficili quanto affascinanti, ma espressione comunque di una sola mente al comando. Ma”Life and Death” esprime, per un’ultima volta, il piacere di quei musicisti nel ritrovarsi in studio a registrare e suonare, e a non uscirne se non con canzoni perfette.

Etichetta: Minotauro Records

Anno: 1989

Tracklist: 01 Steel breath

02 Antichrist

03 Kill me

04 Ancient caravan

05 My hills

06 Alleluia song

07 Spirits

08 Cemetery

09 Oblivious
Sito Web: http://www.minotaurorecords.com/usa/shop/cd/paul-chain-life-and-death/

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