Paul Chain – Recensione: In The Darkness

Oggi parleremo un po’ di Paul Chain, all’anagrafe Paolo Catena, figura fondamentale sia per l’heavy italiano (ma non solo) che, specificamente, per il doom: il musicista iniziò a farsi conoscere con il Paul Chain Group (1979) ma soprattutto, come molti di voi sapranno, suonando chitarra e organo nella band di Steve Sylvester fino allo scioglimento (’84), per poi dare vita al progetto Violet Theatre e continuando la carriera (anche di produttore musicale) con il suo nome d’arte, un nome attorno a cui si avvicenderanno negli anni una cinquantina di artisti.

Preceduto da un mini-lp (“Detaching From Satan”, 1984), il debutto sulla lunga distanza esce nel 1986 per la mitica Minotauro Records di Marco Melzi, label nostrana di cui Chain assumerà in seguito la direzione, facendo emergere tante ottime band nostrane dall’underground. Oltre al leader, su questo disco suonano altri tre ex Death SS: Claud Galley, Thomas Hand Chaste e Sanctis Ghoram (RIP), e si sente. Il lavoro, perfetto per approcciarsi alla prolifica opera del musicista pesarese, si compone di otto tracce di doom metal lascivo e senza via d’uscita, si potrebbe dire una via di mezzo tra i coevi Saint Vitus e Trouble, ma con un approccio decisamente più negativo, meno ‘hippy’: del resto Chain non ha mai nascosto la sua passione per il concetto di Morte, argomento ampiamente trattato nelle sue liriche, crepuscolari e misteriose. Dopo la sinistra “Welcome To My Hell” possiamo apprezzare la blueseggiante “Meat” (che ricorda decisamente i Death SS) e la leggendaria “War“, da cui sprigiona tutta l’essenza heavy rock degli ’80; chiude quello che era l’A-Side del disco l’incalzante “Crazy“, traccia perfettamente strutturata in cui tecnica e melodia si miscelano ottimamente. Cambiamo lato e troviamo l’eterea “Grey Life” (dove figura la violinista Milena Lanciaprima), che attacca con un’intro da film horror per poi svilupparsi lungo le direttici della musica cosmica; a seguire la sabbathiana “Woman And Knife” (bellissima e molto Seventies), la combattiva “Mortuary Hearse” e infine la cadenzata title track, sobria ma degna conclusione di un lavoro elegante e solido che, a trent’anni dalla sua uscita, conserva intatto tutto il suo oscuro splendore.

Chiaramente l’acquisto dell’intera discografia di Paul Chain (e di questo esordio in particolare) è d’obbligo, soprattutto per i doomster più incalliti: lasciatevi catturare dalle tetre atmosfere di quest’opera ricercata, fondamentale anche se a suo tempo un po’ sottovalutata dai più, che segna i primi passi di un sound ruvido e talvolta vicino alla darkwave, contornato da un’estetica minimale e seriosa che contribuisce a renderlo ancora più credibile nel suo ermetismo. Disco reperibile in varie versioni, tra cui segnaliamo quella (limitata) in musicassetta del 2015, per i più nostalgici…

Paul Chain In The Darkness

Etichetta: Minotauro

Anno: 1986

Tracklist: 1. Welcome To My Hell 2. Meat 3. War 4. Crazy 5. Grey Life 6. Woman And Knife 7. Mortuary Hearse 8. In The Darkness

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Daniele

    A legger la descrizione delle due tracce mi par di capire che il recensore confonda “Grey Life” con “War”… come è possibile ciò?

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  2. Andrea Galvagno

    Eh sì effettivamente nella foga della recensione le ho invertite…

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