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Sonata Arctica – Recensione: Pariah’s Child

L’attesa è finita. Il nuovo album dei Sonata Arctica è finalmente nei negozi e promette davvero scintille. “Pariah’s Child” è l’ottava fatica discografica della band finlandese, da tempo un istituzione in ambito power metal e non solo. Qualche mese fa era circolata una voce di corridoio che parlava di un ritorno alle origini da parte di Tony Kakko e soci per questa ultima fatica ed, in parte, non si può che confermare questa soffiata.

Riecco quindi alcuni elementi distintivi del Sonata – sound nuovamente alla ribalta con “Pariah’s Child”: passaggi in doppiacassa, ritornelli immediati ed avvincenti, clavicembali dal vago sapore nordico, guitar work granitico. E come non accorgersi del ritorno in copertina del lupo, da sempre simbolo distintivo dei Sonata Arctica, richiamato fin dai testi dell’opener “The Wolves Die Young”. Non si parte a manetta, come qualcuno avrebbe potuto pensare, ma i nostri si affidano ad una cavalcata rocciosa nelle ritmiche ed ariosa negli arrangiamenti, che culmina in un chorus folgorante. Davvero notevole questo singolo apripista, da cui è stato tratto un video,  una power metal song canonica solo nell’intenzione, ma resa magistrale dai salti di tono di Kakko nella strofa, a conferma di una personalità da grande band. Le tastiere di Henrik Klingenberg sono protagoniste di “Pariah’s Child”, riuscendo a colpire nel segno, pur giocando sulla semplicità. Non aspettatevi quindi arrangiamenti pomposi ed orchestrazioni magniloquenti, perché i Sonata Arctica hanno compreso, che alla base della riuscita di una song c’è la sostanza, qui rappresentata da riff mai banali, melodie vincenti e tastiere accattivanti. Basti ascoltare “Take One Breath”, poggiata su una nenia pianistica in tempo dispari o la seguente “Cloud Factory”, addirittura cowntry nel finale strampalato. La seconda parte di “Pariah’s Child” è un tourbillon di atmosfere, che cambiano improvvisamente nel corso dei pezzi, grazie ad un Kakko istrionico e giullare, abilissimo nel seguire i saliscendi strumentali creati dai suoi compagni di viaggio. L’unica nota stonata dell’album è rappresentata da “Love”, ballatona malinconica e melensa, davvero troppo telefonata per risultare toccante. I Sonata Arctica giocano il carico da dieci nel finale con “Larger Than Life”, lunga suite ispirata ai musical, circense, elettrizzante, cinematografica e sorprendente in tutti i suoi dieci minuti di durata.

“Pariah’s Child” si va a collocare nei primi posti della discografia del combo di Kemi, riuscendo a coniugare con destrezza e naturalezza il power degli esordi e le sperimentazioni vocali di “Unia”. Ne è venuto fuori un lavoro dall’anima Sonata al cento per cento, che non deluderà i fans, ma nello stesso tempo farà sprecare fiumi d’inchiostro alla critica.

E per una grande band, questo è assolutamente normale.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Nuclear Blast / Audioglobe

Anno: 2014

Tracklist:

01. The Wolves Die Young
02. Running Lights
03. Take One Breath
04. Cloud Factory
05. Blood
06. What Did You Do In The War, Dad?
07. Half A Marathon Man
08.
X Marks The Spot
09. Love
10. Larger Than Life


Sito Web: www.sonataarctica.info/

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