Paralydium – Recensione: Worlds Beyond

“Certain interplay”. “Integrate all the elements”. “Put the pieces together”. In mezzo a tante espressioni altisonanti con le quali gruppi ed etichette introducono il nuovo imperdibile album, la scelta degli svedesi Paralydium di presentare il proprio lavoro come, prima di ogni altra cosa, la composta evoluzione di una intuizione, mi ha affascinato per il suo carattere squisitamente pratico e terreno. Questi cinque avevano sostanzialmente un problema: quello di combinare in una forma sostenibile e d’impatto una collezione di riff, groove e passaggi più meditativi elaborati a partire dal 2015, anno nel quale pubblicarono il primo EP. E quella della band fondata dal chitarrista John Berg un’opera compiuta e potente, sinfonica e barocca, lo è diventata davvero: fin dal prime battute lo stile asciutto del cantante Mikael Sehlin ben si sposa con costruzioni ritmiche complesse, impreziosite da piccoli passaggi strumentali e sostenute da ritornelli fieri della semplicità con la quale risolvono tutto ciò che li ha preceduti. Il paragone più azzeccato, pur potendosi citare a pieno diritto Symphony X, Pagan’s Mind, Seventh Wonder e Dream Theater, è quello con i Kamelot di Poetry For The Poisoned (2010). Il genere proposto è infatti quello di un progressive tecnico e cinematografico, che sa alternare con facilità tinte più oscure con aperture facili all’orecchio, forme sinuose, albe soleggiate (“Awakening”) e sviluppi melodici propri di generi più rilassati.

La doppia anima di “Worlds Apart” si avverte anche nella doppia tipologia dei brani proposti: esclusa l’atmosferica introduzione, troviamo infatti un’equa distribuzione tra episodi di durata più contenuta ed altri che sfruttano una lunghezza superiore ai sei minuti per aggiungere dettaglio, aprire e chiudere parentesi, introdurre intermezzi dal sapore acustico (“Synergy”) e concedere spazio alle tastiere di Mikael Blanc. La preoccupazione è sempre quella di tenere agganciato l’ascoltatore, di non fargli perdere il filo del discorso, di non avventurarsi in una nuova ed intricata selva senza che lo sviluppo del brano sia stato ben definito, cristallizzato con passaggi ripetuti ed assimilato. Non è un progressive necessariamente semplificato o svilito, quanto piuttosto un genere che la band dimostra di sapere addomesticare per coinvolgere una platea più ampia, realizzando un prodotto che – grazie a diversi gradi di complessità – può mantenere vivo l’interesse anche dopo i primi ascolti. Che lo si voglia sviscerare in tutte le sue componenti o semplicemente canticchiare in auto (“The Source” suona quasi italiana, tanto la sua struttura principale è dolce, armoniosa e melodica), questo disco riesce ad accontentare tutti senza snaturarsi, complice un approccio onesto ed una promessa chiara che viene facilmente mantenuta. Il bilanciamento degli elementi è sempre convincente, perché tutto sembra – in modo vario ma sempre efficace, grazie anche al drumming agile di Georg Härnsten Egg (“Finding The Paragon”) – supportare un’interpretazione dinamica, appassionata e brillante, secondo una coerenza tra forma e funzione che contraddistingue in maniera marcata quanto inconfondibile la cultura e l’approccio scandinavo.

Gli arrangiamenti sono complessi pur senza risultare stucchevoli, la produzione cristallina e potente (facciamogli il cerchio alle etichette che finalmente mettono a disposizione per l’ascolto i file in alta risoluzione, che se lo meritano!) e, anche se nemmeno questa volta scopriremo l’acqua calda, la continua combinazione degli opposti, così come la fluida alternanza tra evoluzioni tecniche e chorus orecchiabili (“Seeker Of The Light”) crea un risultato godevole e che regala l’illusione di non essere mai uguale a se stesso. Se mai ve ne fosse ancora bisogno, il debutto sulla lunga distanza dei Paralydium dimostra che quando ad una direzione artistica chiara segue un’esecuzione almeno funzionale, il risultato non può che essere in gran parte positivo. Ciò che permette a “Worlds Apart” di fare un ulteriore balzo in avanti è però tutto quanto i cinque di Stoccolma sono riusciti ad appendere alla sua solida struttura, per creare un quadro di bella immediatezza che tutti possono ammirare, e che fin dal primo ascolto ci mette a disposizione gli strumenti necessari per apprezzarlo e comprenderlo nella sua pienezza, senza il rischio di sentirci inadeguati.

– E’ così metaforico, così potente!
– Esatto, potente! Ha un certo occhio lei per queste cose… eh?
– E’ uno scimpanzè, vero?
– E’ un autoritratto!
– …pazzesco!

Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Enter Paralydium 02. Within The Sphere 03. Synergy 04. Finding The Paragon 05. Crystal Of Infinity 06. Awakening 07. The Source 08. Into Divinity 09. Seeker Of The Light
Sito Web: facebook.com/paralydium

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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