Paradise Lost – Recensione: The Plague Within

Il cerchio si chiude. In ventisette anni di carriera, i Paradise Lost hanno toccato lidi musicali differenti e spesso difficilmente conciliabili tra loro, ma con un denominatore comune: una malinconia e un’introspezione pressoché uniche. Non stupisce dunque che Nick Holmes, parlando del nuovo “The Plague Within”, lo abbia presentato come un album interessato da sonorità che i Paradise Lost tralasciavano da tempo, un recupero delle proprie radici e una inevitabile venatura death metal.

Se “Tragic Idol” suonava antico perché guardava ai seventies e al doom d’antan, il quattordicesimo studio album del combo di Halifax ci riporta all’inizio degli anni’90, quando il gruppo, insieme a connazionali come Anathema e My Dying Bride, tracciava i caratteri distintivi del panorama gothic, preparandosi insieme agli altri allo sviluppo di un sound caratterizzante che rese i tre una fonte di influenza inesauribile per le generazioni a venire.

“The Plague Within” è un disco notturno, crudo, spigoloso. Esattamente ciò che potrebbe dipingere un sorriso sui volti dei fan di vecchia data. Non siamo comunque di fronte a un’operazione nostalgia perché ascolto dopo ascolto, l’album rivela un’orecchiabilità non sospetta e un sapersi riproporre senza incappare in pericolose autocitazioni. Chissà, forse la recente esperienza di Nick Holmes nei Bloodbath può aver in qualche modo sviluppato la vena più estrema di questo disco, dove il nostro utilizza il growl con maggiore continuità che in passato (sebbene le aperture ariose e melodiche non manchino affatto), ma osserviamo come anche il contributo di Greg Mackinthos sia più che mai tangibile, con lunghi e piacevoli assoli di chitarra e l’utilizzo di arrangiamenti orchestrali che, come più di vent’anni fa, arricchiscono i brani con melodie semplici ma dal grande impatto drammatico.

Sorta di anello mancante tra “Gothic” e “Shades Of God”, “The Plague Within” parte con un brano carico di pathos come “No Hope In Sight”, retto da una melodia portante che arriva subito al dunque e con un naturale bilanciarsi tra parti abrasive e momenti ragionati, dove la voce di Nicksi prodiga nel suo tipico crooning. Persino la produzione, ruvida e volutamente un pizzico ovattata guarda al passato e accompagna bene episodi granitici e lenti come “Terminal”, l’ottima “Beneath Broken Earth” e “Flesh From Bone”, che introdotta da cupi e solenni cori, evolve in uno dei brani più veloci e abrasivi composti dal gruppo negli ultimi tempi.

L’album scorre mentre l’ago della bilancia si pone nel mezzo tra una ragionata fisicità ed esigenze di introspezione, con pezzi cardine come “An Eternity Of Lies” e “Victim Of The Past”, dove le tastiere e il violino giustapposti a un corpus lento e monolitico, si prodigano in melodie immediate e carezzevoli, o ancora “Return To The Sun”, che introdotto da cori imponenti, diventa presto un brano di classico doom/goth che pare arrivare dai tempi che furono. E i Paradise Lost escono vincitori da questo incontro con il passato, senza (re)inventare pressoché nulla (ma cosa èrimasto ormai da inventare?) ma con un ascolto convincente, piacevole in tutta la sua durata e di certo longevo.

 

Voto recensore
7,5
Etichetta: Century Media

Anno: 2015

Tracklist:

01. No Hope In Sight
02. Terminal
03. An Eternity Of Lies
04. Punishment Through Time
05. Beneath Broken Earth
06. Sacrifice The Flame
07. Victim Of The Past
08. Flesh From Bone
09. Cry Out
10. Return To The Sun


Sito Web: http://www.paradiselost.co.uk/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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