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Paradise Lost – Recensione: Medusa

“Il nuovo album sarà più lento, denso e intriso di doom che mai.” Le parole di Greg Mackintosh non potrebbero essere più indovinate per descrivere “Medusa”, il quindicesimo album in studio dei seminali Paradise Lost. Il sound plumbeo del combo di Halifax arriva ad annunciare l’autunno, la stagione che par excellence dà un volto alla musica degli inglesi e la rende tangibile.

Una musica la loro che diventa ancora più dura e spigolosa, ulteriore testimonianza del percorso circolare che riprende esattamente dove si fermava il precedente “The Plague Within”, ovvero con un sentito recupero della matrice death metal e un ancor più accentuato rallentamento dei ritmi. Proprio come un corpo che sta per essere pietrificato da Medusa, la Gorgone.

Un disco ombroso e crepuscolare che non lascia filtrare nemmeno uno spiraglio di luce. Lo capiamo già ascoltando l’opener “Fearless Sky”, che nei suoi otto minuti e mezzo di durata non mostra il minimo cedimento. Il tandem Nick Holmes/Greg Mackintosh come al solito funziona alla grande, con il vocalist impegnato in un growl potentissimo, altrettanto maturo e ispirato, mentre il chitarrista dipinge una melodia portante romantica nel senso letterario del termine, affiancato dal bravo Aaron Aedy, non un semplice gregario. La sezione ritmica torna ad essere schiacciante, con il fido Stephen Edmondson al basso e alla batteria un nuovo innesto, il giovanissimo finlandese Waltteri Väyrynen (anche negli Abhorrence), un vero talento naturale che assicura la giusta varietà alle esecuzioni.

Il brano è funereo e altrettanto epico, impressione confermata dalle successive “Gods Of Ancient” e “From The Gallows”, questa davvero durissima, altra testimonianza di come il platter guardi ai primi anni ’90. In questo senso non può che essere indovinata la produzione di Jaime Gòmez Aurellano, che ha mantenuto il sound giustamente ruvido e riverberato. “The Longest Winter” accoglie più spesso parti atmosferiche dove la voce diventa pulita, un amore mai nascosto per la melodia elegante e d’effetto che si manifesta ancora di più nella titletrack, in cui emergono anche le tastiere e un pregevole assolo. Ma il termine “epico” continua a descrivere al meglio il disco, che in “No Passage For The Dead” offre un alto momento di death/doom dall’incedere fiero.

“Blood & Chaos” è invece più veloce e flirta con il metal classico, nel suo essere potente ma fruibile, con un bel passaggio di voci pulite in cui l’emozionante tono di Nick Holmes si intreccia ai vocalizzi femmili. E’ solo un attimo, “Until The Grave” chiude con il suo incedere costante, drammatico nella solenne melodia tessuta da Mackintosh e ci accompagna ad un finale dove il buio domina ogni cosa.

Con “Medusa” i Paradise Lost sembrano arrivati a un punto di non ritorno. Prossimi ai trent’anni di carriera, li riroviamo sempre più legati alle sonorità dalle quali hanno avuto origine, senza mai apparire anacronistici, anzi, dando al doom/death degli anni ’90 una nuova linfa vitale. Non possiamo che esserne entusiasti e lasciare a “Medusa”, uno spazio nella nostra collezione.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2017

Tracklist: 01. Fearless Sky 02. Gods Of Ancient 03. From The Gallows 04. The Longest Winter 05. Medusa 06. No Passage For The Dead 07. Blood & Chaos 08. Until The Grave
Sito Web: http://paradiselost.co.uk/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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