Header Unit

Paradise Lost – Recensione: Icon

Nel 1993 il processo di trasformazione dei Paradise Lost compie un grosso passo in avanti, coincidente con la pubblicazione del seminale “Icon” per Music For Nations: Nick Holmes alla voce, Gregor Mackintosh e Aaron Aedy alle chitarre, Steve Edmonson al basso e Matthew Archer alla batteria sono gli oscuri alfieri che mettono la firma in calce a questi tredici brani in grado di esprimere dolore e tragicità della vita sotto un manto di melodie potenti ed oscure.

Se coi tre album precedenti il gruppo di Halifax affina le armi, con “Icon” muta la propria prima pelle per trasformarsi in una creatura scevra dei precedenti orpelli quali il cantato più propriamente death e una certa prolissità di fondo: l’apertura maestosa di “Embers Fire” sottolinea da subito che la prova vocale di Nick Holmes è in grado di caratterizzare ancora di più le melodie chitarristiche, venate di melodia potente (la caratterizzazione del wah wah in questa canzone, specialmente nell’assolo, è da manuale), anche quando il riffing è semplice come in “Remembrance” o si irrobustisce in “Forging Sympathy”, sempre ben aiutato nell’espressività da una sezione ritmica solida e quadrata, necessaria al risultato finale. Dolore e cupezza a livelli altissimi in “Joys Of The Emptiness”, che già dal titolo si può intuire molto oscura, vero e proprio doom onirico ed ossessivo; le tastiere, già presenti per introdurre la prima traccia, aprono “Dying Freedom”, con un ritornello che si ammanta di epicità sinistra grazie alle melodie delle sei corde (reminiscenze di dark, per le linee ma anche per il basso pulsante).

“Widow” fa aumentare la velocità e si ricorda per un assolo che ben si incastra nella struttura della canzone che precede la suggestiva e particolare “Colossal Rains”, un quadro sempre affascinante e in grado di suscitare emozioni contrastanti, sentita e sinistramente piacevole; “Weeping Words” si assesta su buoni livelli e vede nuovamente un tempo di batteria più sostenuto mentre con “Poison” viene messo a segno un altro colpo dalle ottime armonie e che apre la strada a quello che forse è l’altro brano praticamente perfetto di “Icon”, ovvero “True Belief”. Grande inizio, potente e sottolineato dalla batteria, che precede uno stoppato e si apre con un giro di chitarra che si stampa in testa fin da subito e sulle quale la profonda voce si esprime al meglio; “Shallow Seasons”, plumbea e ben riuscita, anticipa gli arpeggi puliti di “Christendom”, caratterizzata da una voce femminile che nuota fra tastiere e note di basso, su un semplice tempo di batteria, prima di un recitato di Holmes e una ripresa dello stile più consono al gruppo, ultima prova cantata in quanto la finale “Deus Misereatur” è uno strumentale in cui le tastiere sono protagoniste sul resto della melodia tessuto dal gruppo.

“Icon” è un CD nescessario per capire l’evoluzione dei Paradise Lost e di un certo tipo di musica che si avvia a raggiungere vette da capogiro, riuscendo successivamente a conquistarle e a giungere alle orecchie di colore che non erano di certo avvezzi al suono di origine.

 

 

Etichetta: Music For Nations

Anno: 1993

Tracklist: 01. Embers Fire 02. Remembrance 03. Forging Sympathy 04. Joys Of The Emptiness 05. Dying Freedom 06. Widow 07. Colossal Rains 08. Weeping Words 09. Poison 10. True Belief 11. Shallow Seasons 12. Christendom 13. Deus Misereatur
Sito Web: http://www.paradiselost.co.uk/

Fabio Meschiari

view all posts

Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login