Paradise Lost – Recensione: Host

Nè heavy, nè metal. Ecco a voi il controverso “Host”, l’album che fece gridare allo scandalo i più integerrimi sostenitori dei Paradise Lost e del filone doom/gothic, filone che nel suo percorso evolutivo, il combo di Halifax sembrava ormai aver abbandonato.

Bistrattato da gran parte degli addetti ai lavori per il sound più accessibile, “Host” rappresenta la naturale evoluzione dell’altrettanto poco amato “One Second”: ancora più elettronica e poche chitarre. Voci pulite, capelli corti…insomma, un tradimento! “Host” tentò di proporre i Paradise Lost anche a un pubblico abituato alle sonorità radiofoniche, è il disco del deal con la EMI e dei passaggi su MTV. Eppure, credetici, pur non essendo uno dei capitoli più incisivi della coppia Holmes/Mackintosh (che ormai tenevano le redini del progetto), “Host” è interessante e da rivalutare.

All’epoca Nick Holmes dichiarò che il platter non aveva nulla a che vedere con i Depeche Mode. Niente di più falso! “Host” è palesemente influenzato dai signori del synthpop (basti ascoltare l’accattivante “Nothing Sacred” o “Permanent Solution” che se non rischia il plagio, poco ci manca), eppure tutto è inserito in un contesto oscuro e malinconico, dove i testi sono pieni di male di vivere affrontato in modo maturo da una band i cui membri erano prossimi ai trenta e se ne stavano ben lontani da canzoncine in rima cuore/amore per far felici gli pseudo goth adolescenti (chi ha detto HIM?).

Un altro punto di forza dell’album sta nel fatto di bilanciare molto bene l’orecchiabilità dei pezzi a un mood crepuscolare, quasi funereo a volte. Parla bene in questo senso il singolo “So Much Is Lost”, con tanti synth che ricalcano la new wave più noir e il buon Greg alle prese con le chitarre cureiane. Una canzone orecchiabile ma altrettanto cupa, prima lacrimevole e solo in un secondo tempo, ficcante. Si può dire altrettanto per “It’s Too Late” e “Year Of Summer”, questa con uno dei più bei testi usciti dalla penna di Holmes.

Ci chiediamo tra l’altro come diverse testate dell’epoca si soffermarono (spesso condannandolo) solo sull’aspetto elettronico dell’opera, senza sottolineare i numerosi arrangiamenti sinfonici, con ben sette musicisti ospiti dell’album (e se anche i Deine Lakaien avessero lasciato un segno?) con il compito di arricchire l’enfasi dei pezzi. Il brano omonimo chiude il lavoro con riferimenti ai Kraftwerk e a un’elettronica più industriale (Covenant? E perchè no?).

Il problema fu sostanzialmente che “Host” restò in un limbo. Troppo “dark” per piacere al pubblico di massa e poco “metal” per essere accettato dai fans della prima ora. E così, già nel successivo “Believe In Nothing”, sebbene ancora per la EMI, i Paradise Lost tornavano ad affilare un poco il sound. “Host” rimase dunque un episodio isolato nella vasta e varia discografia del gruppo, un esperimento che nonostante alcuni difetti strutturali funziona molto bene. A nostro avviso, da riscoprire.

Paradise-Lost-Host

 

Voto recensore
S.V.
Etichetta: EMI Music

Anno: 1999

Tracklist: 01. So Much Is Lost 02. Nothing Sacred 03. In All Honesty 04. Harbour 05. Ordinary Days 06. It´s Too Late 07. Permanent Solution 08. Behind The Grey 09. Wreck 10. Made The Same 11. Deep 12. Year Of Summer 13. Host
Sito Web: http://www.paradiselost.co.uk/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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