Palace – Recensione: Reject The System

Giunti all’ottava tappa del loro cammino discografico, i tedeschi Palace vengono dalla città di Spira e si propongono di perpetuare i fasti del teutonic heavy metal attraverso dieci nuove canzoni che essi stessi definiscono le loro più pesanti e varie di sempre. “Reject The System“, nonostante il titolo bellicoso, è in realtà l’album perfetto per chi cerca quarantacinque minuti di metallo classico, quadrato, ritmicamente vario ma mai particolarmente ispirato dal punto di vista delle melodie. Se esistesse un metal da ascensore, insomma, non sarebbe troppo diverso da brani come “Final Call Of Destruction” e “Wings Of Storm”, dignitose successioni di stereotipi che si affidano alla riproposizione dei loro ritornelli (l’incidere militaresco di “Legion Of Resistence” non può competere con il racconto crudo di “Burner” dei Motorhead) piuttosto che all’efficacia di ciascuno di essi. A differenza di un prodotto classico ma di nerbo, come può essere l’ultimo degli Anvil, quello dei Palace è un heavy sommesso, una definizione che lo rende a suo modo originale: nonostante gli stereotipi di genere siano tutti ugualmente rispettati, dalle ritmiche agli assoli, dai cori alle tematiche, il suono e l’impressione che ne risulta sono entrambi decisamente understated.

Reject The System” scorre un po’ piatto ed eccessivamente pensato, avaro di spunti e conservativo al punto da contraddire lo spirito con il quale i suoi componenti sembrano volersi ribellare al dato anagrafico. Tra influenze anglosassoni e linearità di matrice tedesca, i suddetti cori ci sono ma non esplodono, i suddetti assoli riempiono decorosamente ma non sprizzano energia ed il cantato graffiato – più che graffiante alla Udo Dirkschneider – suggella un disco rauco che sembra essere sempre sul punto di spiccare un breve volo, salvo poi arrivare un po’ a corto di energie. Se la voce di Harald Piller può avere un senso in un prodotto di stampo così classico, va però detto che l’assenza di interazioni melodiche tra linee vocali e tracce strumentali rappresenta uno dei limiti più evidenti di questo prodotto. Si sente infatti che musicalmente è stato fatto un discreto lavoro, ma apprezzarlo diventa difficile quando non si è saputa in nessun caso trovare la sintesi – pur comprendendo i limiti del genere – che fa di una serie di elementi una bella canzone. Gli ingredienti rimangono distanti, il collante non riesce a fare presa e tutto “Reject The System” finisce per suonare informe e decisamente sfilacciato. Le orchestrazioni sinfoniche di “Hail To The Metal Lord” assumono le sembianze di tentativi estremi e maldestri, piuttosto che elementi inseriti in un qualche contesto: nessun passaggio del brano ne giustifica la presenza, l’attitudine del trio conferma la ripetizione già sentita altrove ed è come se l’album avesse, già a metà scaletta, imboccato una direzione fiacca dalla quale è ormai impossibile riprendersi. Manca il cambio di passo e nonostante il lavoro svolto dalla chitarra dagli ospiti Kai Stahlenberg e Micki Richter – quasi thrash in “Bloodstained World” – la sensazione è quella di una staticità e di una mancanza di feeling alla quale non rimane che arrendersi sconsolati. L’unica isola felice sembra essere quella della conclusiva “No One Break My Will”, un inno ribelle nel quale la scompostezza dei Palace può finalmente costituire un valore funzionale ed aggiunto, invece da pregiudicarne irrimediabilmente la potenza di impatto.

A giudicare dal materiale proposto, abbiamo a che fare con un prodotto che dal punto di vista musicale può definirsi come scarsamente originale ma arrangiato con esperienza, almeno secondo i canoni classici del genere: le sue basi potrebbero essere perfette per un videogioco o un trailer della MotoGP, mentre la scarsa riuscita del matrimonio con le parti cantate preclude la possibilità di aspirare ad un diverso e più appagante tipo di realizzazione. La cenere sotto la quale riposa il buono che c’è in “Reject The System” fa pensare a qualche limite produttivo, alla necessità di conservare la band nel suo attuale assetto o ancora al desiderio di limitare i rischi: circostanze malinconiche che non pregiudicano la capacità di queste semplici tracce di celebrare – in modo più convincente quando eseguite dal vivo – la nostra ingenuità residua e quella del metal che fu.

Etichetta: Massacre Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Force Of Steel 02. Soulseeker 03. Final Call Of Destruction 04. The Faker 05. Hail To The Metal Lord 06. Bloodstained World 07. Valhalla Land 08. Legion Of Resistance 09. Wings Of Storm 10. No One Break My Will
Sito Web: facebook.com/palaceonline.de

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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