Pain Of Salvation – Recensione: Panther

Pain Of Salvation altro giro altra corsa!

È sempre intrigante scoprire cos’ha partorito la mente di Daniel Gildenlöw ogni volta che concepisce un nuovo album; al di là del legame personale con una band che seguo dagli esordi, sono stato in passato anche abbastanza critico verso alcune loro scelte stilistiche, però l’attesa tutte le volte è molto alta perché stiamo indubbiamente parlando di una delle band più originali e camaleontiche degli ultimi 25 anni.

Dopo la burrascosa separazione da Ragnar Zolberg e il rientro del figliol prodigo Johan Hallgren non è cambiato il modus operandi del leader, che gestisce sempre in solitaria la composizione e la creazione delle demo di tutti gli strumenti nell’isolamento della Contea di Dalarna per poi condividere col resto della band i suoi parti artistici e plasmare le canzoni; il risultato è “Panther”, un album come sempre differente da quanto fatto in passato, con numerosi ed innegabili punti di contatto con “In The Passing Light Of Day” ma con suoni meno secchi e hard bensì più improntati all’elettronica e alla sperimentazione (torneremo sul discorso suoni più avanti). Anche l’artwork fumettistico, nonostante sia una cosa nuova per i Pain Of Salvation, riporta dettagli che rimandano all’album precedente (vedi il sole stilizzato in bella evidenza).

E ancora una volta siamo ad analizzare un concept, questa volta incentrato sui conflitti e le contraddizioni che scaturiscono tra quelle che consideriamo le persone “normali” e chi invece esce dai canoni di cosiddetta normalità (“dogs” e “panthers” come sono indicati nei testi); temi quindi sempre molto attuali (scaturiti anche da esperienze famigliari dirette) mentre musicalmente non mancano punti di contatto anche con qualcosa del passato nonostante i fasti di “The Perfect Element” e “Remedy Lane” sembrino davvero lontani (senza comunque dover tracciare paragoni a tutti i costi).

Se infatti Gildenlöw rimane il compositore unico di musiche e testi, il suo approccio non è rimasto inalterato e ne scaturiscono giocoforza delle canzoni totalmente differenti; si pensi ad esempio al primo singolo “Accelerator”, pezzo dall’andamento ritmico astruso e arrangiamenti elettronici che accompagnano linee vocali sinuose e recitate fino all’esplosione corale collegata alla melodia del ritornello. Le note basse (cassa, basso, synth) pulsano nell’orecchio dell’ascoltatore lasciando solo spazio all’espressività del mainman che ha l’innata capacità di azzeccare sempre armonie pazzesche… caratteristica per la quale non ha praticamente rivali al giorno d’oggi.

“Unfuture” ci fa fare un commosso salto temporale a “The Big Machine” pezzo contenuto su “One Hour By The Concrete Lake”; la canzone è comunque molto sperimentale sia a livello di suoni (la cupezza la fa da padrone su “Panther”) con reminiscenze King Crimson e Nine Inch Nails ma anche strutturalmente… senza un vero e proprio refrain… ostica ma interessante.

L’ascolto attento in cuffia rivela caratteristiche di quest’album praticamente impercettibili ai primi distratti ascolti; e fa, in parte, rivalutare una produzione che inizialmente mi aveva lasciato molto perplesso… certo i suoni di batteria sono rivedibili come anche il mastering (ma sono opinioni assolutamente soggettive); in più di un’occasione mi sono venute in mente le atmosfere di “Be” altro album in cui suoni e sovrastrutture erano percepibili solo con un elevato livello d’attenzione.

Le ritmiche inconsuete e geniali sono protagoniste anche del secondo singolo “Restless Boy” che potrebbe ricordare anche “Reasons” da “In The Passing Light Of Day”… 3 minuti che avrebbero forse meritato uno sviluppo migliore.

“Wait” è il pezzo che mi ha emozionato maggiormente fino ad oggi, con quel giro di pianoforte ripetuto e un crescendo melodico dove tutti i tasselli vanno ad incastrasi alla perfezione (un bell’assolo di chitarra avrebbe sancito una completezza ancora migliore… ma sembra ormai solo una caratteristica accessoria al songwriting di Gildenlöw e presente solo nell’ultima traccia dell’album); bello l’uso dell’acustica a sottolineare questo incedere… insomma una serie di substrati che vanno a sovrapporsi per creare il capolavoro. Non da meno “Keen To A Fault”, pezzo progressivo nella più pura accezione del termine che eleva ancor più le quotazioni di “Panther”, un album che, sono sicuro, crescerà dentro ogni Pain Of Salvation fan nei mesi a venire: ritmica geniale, ancora dettata da acustica in tapping (vi ricordate “Idioglossia”?), elettronica ed una stentorea esplosione nel refrain.

La title track che tanto sta facendo discutere i “critici musicali da tastiera” sul web in questi giorni è dichiaratamente un pezzo spiazzante: esordio alla Linkin Park con tanto di parte rappata (stile per altro da sempre utilizzato dai nostri per sottolineare i contenuti lirici più “aggressivi”) nella quale va a far coppia la linea portante del pezzo che vi si stamperà nel cervello.

In classica tradizione Pain Of Salvation invece si chiude l’album con un pezzo di lunga durata, “Icon”, che parte malinconica alla “Sisters” per poi venir “disturbata” da scariche noise e svilupparsi in una traccia epica e struggente con punti di contatto col periodo “Road Salt” (ma con suoni più attuali) e una traccia come “Enter Rain” degna conclusione di quest’avventura.

“Panther” è infatti l’ennesima dimostrazione di forza di un musicista fuoriclasse, col fuoco della sperimentazione sempre vivo, che riesce a trasmettere ai suoi compagni di viaggio fregandosene ogni volta di quanto i fan si aspettino e proseguendo per la propria strada da sempre caratterizzata dall’eccellenza.

Etichetta: Inside Out Music

Anno: 2020

Tracklist: 01. Accelerator 02. Unfuture 03. Restless Boy 04. Wait 05. Keen To A Fault 06. Fur 07. Panther 08. Species 09. Icon
Sito Web: http://painofsalvation.com

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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