The Wildhearts – Recensione: P.H.U.Q.

Personaggio dell’anno 2012 per Classic Rock, Ginger (o Ginger Wildheart, che dir si voglia) non è certo una persona cui piace annoiarsi. Fra i pionieri dell’uso di Internet in campo musicale, attraverso il suo blog ha creato una community che gli ha consentito di raggiungere un risultato strepitoso con il sito di crowd funding PledgeMusic, attraverso il quale ha offerto ai propri fan un triplo album, caratterizzato come sempre da una varietà di generi ed influenze che ha dello strabiliante. Da sempre assertore del fatto che scrivere canzoni è la cosa più semplice del mondo, dopo aver fatto brevemente parte dei Quireboys Ginger ha dato vita agli Wildhearts all’inizio deglli anni Novanta. Con frequenza variabile, la band ha datto alla luce lavori in cui mette in vetrina una grande versatilità e un tasso di divertimento costantemente alle stelle.

Una proposta musicale descritta efficacemente, da alcuni, come un incrocio impossibile fra Metallica e Beatles, a significare l’incontro/scontro fra irruenza, melodia e capacità di contaminare stili apparentemente distanti anni luce uno dall’altro: questo, in estrema sintesi, il contenuto di un album, “P.H.U.Q.”, che andrebbe analizzato traccia per traccia. Che viene oggi ricordato per due singoli che sono sinonimo di “catchy”: “I Wanna Go Where The People Go”, geniale power pop vitaminizzato, e la scanzonata e più raffinata “Just In Lust” sono, però, solo due degli ingredienti di un lavor che ha parecchi momenti memorabili. Si va dal pastiche “Nita Nitro”, tra rap e cori beatlesiani, al climax in odore di prog della splendida “Caprice” e alle evoluzioni ariose di “Be My Drug” e della splendida “In Lilly’s Garden”, dove il fantasma di Lennon e McCartney si fa tangibile, passando per le atmosfere oniriche del chorus di “Jonesing For Jones” e per la furia di “Woah Shit, You Got Through”: un album che non stanca davvero mai, con l’energia che continua a scorrere a fiotti anche nella conclusiva “Getting In”, e che suona ancora perfettamente attuale.

Accanto alla capacità di scrivere melodie intriganti, un sense of humour tipicamente britannico e l’attitudine punk completano il ritratto di uno dei musicisti più creativi nell’ambito di un panorama spesso giudicato, a torto, in crisi di idee. I compagni d’avventura CJ (allontanato ad un certo punto delle registrazioni dal burrascoso leader), Rich Battersby, Willie Dowling, Danny McCormack sono il fondamentale complemento per quello che è un piccolo classico e il lavoro probabilmente più significativo della band, che pure aveva già conquistato i fan con la freschezza dell’esordio “Earth Vs. The Wildhearts”.

Alla sua uscita, nel 1995, “P.H.U.Q.” (che, come puntualizza Ginger sul suo sito, si pronuncia “fuck”) è arrivato al sesto posto delle classifiche d’Oltremanica. Nel 2010 è uscito un doppio CD con il remaster dell’album e ben quattordici bonus track. Da far proprio senza se e senza ma.

Voto recensore
8,5
Etichetta: EastWest Records

Anno: 1995

Tracklist:

01. I Wanna Go Where The People Go
02. V-Day
03. Just In Lust
04. Baby Strange
05. Nita Nitro
06. Jonesing For Jones
07. Woah Shit, You Got Through
08. Cold Patootie Tango
09. Caprice
10. Be My Drug
11. Naievety Play
12. In Lilly's Garden
13. Getting In


Sito Web: http://www.thewildhearts.com/

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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