Ozzy Osbourne – Recensione: Ordinary Man

L’uscita di “Ordinary Man” arriva a pochi giorni dalla comunicazione al pubblico che Ozzy ha il morbo di Parkinson (sarebbe stato, però, diagnosticato già nel 2003) e ad ancora meno dall’annullamento delle date nordamericane dal tour. Questo rende difficile parlare in maniera obiettiva di un album attesissimo: dieci anni sono passati da “Scream” e lo stesso Ozzy non ha nascosto come proprio scrivere e registrare nuova musica sia stata la migliore terapia per affrontare la malattia e il dolore. E in effetti, dall’inizio alla fine, ci troviamo ad ascoltare brani che sembrano ripercorrere la vita del cantante: a differenza del tono dissacrante dell’autobiografia, però, qui l’umore è spesso riflessivo, in bilico tra la saggezza di chi ha attraversato ed è sopravvissuto a tutto e la consapevolezza di essere arrivato alla fine del viaggio, e anche quando canta “I Don’t Wanna Day An Ordinary Man” non pare esserci alcun sottotesto ironico. L’ironia sta, semmai, nell’aver scelto “Ordinary Man” come titolo, ma se ci affidiamo alla musica e all’interpretazione di Ozzy non par di sentire quella voglia di scherzare che aveva caratterizzato altri tasselli della sua carriera discografica.

Dal punto di vista prettamente musicale, l’attesa viene in buona parte ripagata da alcuni pezzi geniali sparsi in un album nell’insieme forse non memorabile come avremmo potuto sperare. Andrew Watt alla chitarra e la sezione ritmica composta da Duff McKagan e Chad Smith fanno un buon lavoro di supporto e si mettono da professionisti al servizio della causa, ma senza regalare guizzi degni di nota, e le composizioni non sempre sono eccelse: è il fattore Ozzy a renderle comunque interessanti, se questo può bastare. “Ordinary Man” parte bene: “Straight To Hell” è un pezzo che ha tutte le caratteristiche delle cose migliori del Madman così come colpiscono l’immediatezza di “All My Life” con il suo ipnotico riff e la potenza di “Goodbye”. La cupa e dolorosa “Under The Graveyard” (“It’s Cold In The Graveyard / We All Die Alone”) e l’apocalittica – anche se piuttosto convenzionale – “Today Is The End” sono altri due episodi abbastanza efficaci, ma la verve di Ozzy viene fuori soprattutto nella bizzarra “Scary Little Green Men” e nel suo potentissimo chorus.

Merita una menzione a parte il duetto con Elton John nella title track che ha anticipato l’uscita dell’album: il testo è davvero da pelle d’oca e non può non suonare come una sorta di testamento spirituale. Ed è sicuramente il momento più emozionante di questo album, imperfetto ma sincero. Che sia l’ultimo o no, queste parole sarebbero un bel modo per salutarci.

“Many times I’ve lost control
They tried to kill my rock and roll
Just remember I’m still here for you
I don’t wanna say goodbye
When I do, you’ll be alright
After all, I did it all for you
Don’t forget me as the colors fade
When the lights go down, it’s just an empty stage”

Etichetta: Epic Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Straight To Hell 02. All My Life 03. Goodbye 04. Ordinary Man 05. Under The Graveyard 06. Eat Me 07. Today Is The End 08. Scary Little Green Men 09. Holy For Tonight 10. It’s A Raid 11. Take What You Want
Sito Web: https://www.ozzy.com/it

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Andy

    ….questo come gli ultimi due album di Ozzy e’ un disco che non convince per nulla….si’,ci sono due tre canzoni carine ma e’ troppo insufficiente per la caratura del personaggio….si cerca di stare alla moda con le ultime due orribili canzoni tralasciando l’obietttivo che dovrebbe avere un artista del genere….quello di presentare un album di caratura elevata con almeno l’80% di brani sugli scudi…..dopo ozzmosis il nulla!!!!

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