Origin – Recensione: Unparalleled Universe

Un assunto che credo andrebbe stampato a caratteri cubitali su ogni introduzione della storia del rock è che non serve assolutamente a nulla avere una preparazione tecnica da 10 e lode se poi non si sanno scrivere delle buone canzoni. Oggi, forse come mai prima, assistiamo ad uno sfoggio di doti tecniche a dir poco impressionante, eppure non saranno molte le band nate degli anni duemila ad avere anche solo una paginetta nel grande volume del metal e del rock che verrà consultato da qui a 100 anni.

Gli Origin, per entrare in tema, sono una di quelle band che vive sul confine tra gloria e oblio; tecnicamente mostruosi, maestri di brutalità e velocità esecutiva, spesso (non sempre però) hanno sacrificato sull’altare di cotanta qualità la voglia di scrivere brani in grado di diventare memorabili.

Ad esempio, tra la prima canzone “Infinitesimal To The Infinite” e la seconda “Accident And Error” tutto si sussegue con una tale continuità da rendere quasi impercettibile il fatto che non si tratti di un sviluppo diverso dello stesso canovaccio (tanto da farci pensare che l’effetto sia cercato). Voluto o meno, si tratta però di un problema che è intrinseco nella proposta artistica degli Origin, dediti da sempre più a creare un sound magmatico da gustare nel suo insieme che vere e proprie canzoni da ascoltare come singoli episodi distaccati.

Si origina così una lunga sequenza di passaggi iperveloci e ultratecnici, caratterizzata da un’esecuzione assolutamente impeccabile, ma anche dalla mancanza di quella che può essere una concreta impronta distintiva. In fondo, potendoselo permettere da un punto di vista puramente formale, quello che fanno gli Origin appare come completamente riproducibile, alla stessa stregua di ciò che avviene in un catena di montaggio. Attaccando un pezzo dopo l’altro, assemblando in modi sempre diversi incastri ritmici già ben codificati, ed evitando accuratamente ogni sfumatura melodica, si arriva a generare una serie potenzialmente infinite di combinazioni.

Con questo non voglio dire che la band non si sforzi di scrivere canzoni come si deve, ma che semplicemente la missione non pare riuscire sempre con la giusta efficacia. Alcuni momenti sono infatti decisamente eccellenti, come la coinvolgente “Mithridatic”, ad esempio, caricata da un groove che farà scapocciare anche il più pigro tra di noi e, ovviamente, suonata in modo a dir poco fantastico. Superba anche la velocissima, da togliere il fiato, “Dajjal”, e molto interessante anche il tentativo di costruire una vera e propria suite death metal con “Unequivocal”, che con i suoi quasi dieci minuti ci pare essere il brano più lungo confezionato in carriera dalla band.

Nell’insieme però qualcosa manca, che sia un tentativo di una pur minima evoluzione o una implementata forza espressiva che aggiunga personalità alle singole tracce. Sta di fatto che, dopo ben sette album, una band delle capacità degli Origin non pare comunque avere alcuna intenzione di cambiare le carte in tavolo e proporre qualcosa che esca dai confini del genere. Sono innegabilmente bravissimi… E se a loro piace così nessuno può metterci bocca, ma davvero chi si aspetterebbe qualcosa di più creativo e differenziato è solo un poser rompiscatole?

Voto recensore
7
Etichetta: Agonia Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. Infinitesimal To The Infinite 02. Accident And Error 03. Cascading Failures 04. Mithridatic 05. Truthslayer 06. Invariance Under Transformation 07. Dajjal 08. Burden Of Prescience 09. Unequivocal 10. Revolucion (Brujeria cover)

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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