Origin – Recensione: Abiogenesis – A Coming into Existence

Ventisette minuti per dodici canzoni. In una parola una fucilata iper-violenta di techno-death metal bello tosto, proposto alla maniera in cui si suonava negli anni novanta. E si, perché “Abiogenesis…” non è a tutti gli effetto il nuovo disco degli Origin, ma un raccolta di canzoni che hanno contribuito alla nascita della band così come abbiamo poi imparato a conoscere a partire dai primi anni del millennio.

Per essere precisi la scaletta è divisa in due parti ben distinte: le prime otto canzoni sono state registrate nel periodo tra il 2013 e il 2018 dal solo Paul Ryan, che qui si occupa di tutti gli strumenti e delle vocals (ovvero urla belluine incessanti e fin troppo sopra le righe), ma risalgono alla fase embrionale della band nei primi anni novanta, quando ancora vestiva i nomi di Necrotomy e Thee Abomination. Come prevedibile ci si trova di fronte a materiale che ha una sua qualità, ma che mostra anche alcune lacune strutturali, soprattutto se paragonato con le ultime e più mature uscite della band. Le canzoni sono corte e veloci, con quel taglio brutale che rimanda in qualche modo ai primi Deicide e simili, anche se qui tutto sembra portato all’eccesso. Ovviamente la qualità di incisione è piuttosto buona, visto che si tratta di registrazioni recenti, il che contribuisce in qualche modo a rendere l’insieme un po’ più al passo con i tempi. Difficile invece dire qualcosa di specifico sulle singole composizioni, visto che bene o male la struttura è lo stessa per ogni traccia, salvo forse la ritmicamente più complessa (e qui qualcosa lo si deve ai Death di Schuldiner) “Bleed As Me”. Il resto gira anche bene, ma non si sposta dallo schema base: velocità, stacco, ancora più velocità, assolo fulminante… e via con un altro giro.

Un po’ diverse sono invece le ultime tracce che sono la ristampa del primissimo EP uscito nel 1998 e che viene qui riproposto remastered. Anche se soffrono di una qualità di registrazione minore, con un sound troppo secco e una batteria a tratti fastidiosa, qui si percepisce già un’evoluzione compositiva e la presenza di una band al completo si sente, non fosse altro per la voce di Mark Manning che risulta più classicamente death e meno irritante. I brani sono mediamente più lunghi e, pur mantenendo una base di aggressività incontestabile, si muovono tra più cambi di ritmo e maggiore varietà.

Senza dubbio si tratta di un’uscita interessante per chi segue la band da inizio carriera, meno per coloro che invece cercano nuove realtà interessanti nel vastissimo panorama del metal estremo contemporaneo. Inevitabilmente il materiale qui raccolto suona infatti piuttosto datato e non del tutto indispensabile.

Etichetta: Agonia Records

Anno: 2019

Tracklist: 01. Insanity 02. Mauled 03. Autopsied Alive 04. Spastic Regurgitation 05. Bleed As Me 06. Mind Asylum 07. Infestation 08. Murderer 09. Lethal Manipulation: The Bonecrusher Chronicles 10. Sociocide 11. Manimal Instincts 12. Inner Reflections: The Pain From Within

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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