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Opeth – Recensione: My Arms, Your Hearse

Pubblicato nel 1998, “My Arms, Your Hearse“, terzo album degli Opeth, non nasce certo con buoni auspici: prima di entrare nello studio di registrazione Mikael Åkerfeldt deve affrontare l’abbandono di Johan DeFarfalla (basso) e Anders Nordin (batteria), che avevano preso parte ai due precedenti lavori. Il frontman/chitarrista della band svedese rimette in sesto la line-up dimezzata ingaggiando Martin Lopez alla batteria (ex Amon Amarth) e Martin Mendez al basso. In sede di registrazione, tuttavia, è Åkerfeldt che si occupa anche del basso, a causa dell’impossibilità, da parte di Mendez, di imparare le proprie parti in breve tempo. Nonostante la frenesia, i problemi e le difficoltà, la band reagisce, comunque, dando vita ad un grande lavoro.

My Arms, Your Hearse” è il primo concept-album degli Opeth; il titolo del disco è tratto da un verso di una canzone dei Comus (band prog-folk britannica), “Drip Drip” che appare nell’album “First Utterance”. Nella release viene narrata la vicenda di uno spirito che, a causa di una morte prematura, vaga ancora sulla terra con l’intento di stare accanto alla donna amata; una storia dalle tinte gotiche con un saliscendi di emozioni e sentimenti contrastanti. Le liriche dei brani sono legate tra loro in modo da formare un unico lungo racconto; la parola finale di ciascun testo costituisce il titolo della canzone successiva. Dal punto di vista musicale ci troviamo davanti ad un album maturo, ricercato, in cui gli elementi che identificano il sound opethiano si fanno più che mai chiari ed evidenti: il death metal melodico, il prog rock, le atmosfere doom, i passaggi acustici, i virtuosismi, gli squarci melodici, i fraseggi blues, il riferimento ai seventies. Il disco, nella ristampa pubblicata nel 2000, contiene inoltre due cover : “Cyrcle Of Tyrant” dei Celtic Frost e “Remember Tomorrow” degli Iron Maiden.

Prologue“, la brevissima introduzione strumentale di appena 59 secondi, è caratterizzata da una pioggia continua; sul finale, alcune malinconiche note di pianoforte non lasciano presagire l’irrompere aggressivo di “April Ethereal“, brano di gran classe, ricco di variazioni, rallentamenti, cambi di tempo, riff melodici, passaggi death che si inseguono tra loro per poi lasciare spazio alla melodia principale, una sezione ritmica compatta, con una batteria potente e versatile al tempo stesso. Il successivo “When” rappresenta perfettamente lo stile Opeth, sempre cangiante e ammaliante, mai ripetitivo o derivativo e sempre pronto a sorprendere con soluzioni inaspettate; un caleidoscopio di sonorità e di emozioni che risulta essere uno degli highlight non soltanto del disco in questione, ma, in generale, dell’intera produzione della band svedese. Si procede con “Madrigal“, traccia acustica caratterizzata da arpeggi sommessi che evocano un’atmosfera tutt’altro che rassicurante, perfetto trait d’union con “The Amen Corner“, brano sinistro e claustrofobico dall’incedere iniziale in stile death n’roll. Il pezzo, pur mantenendo un andamento quasi doom, è impreziosito da aperture melodiche, stacchi, cambi di tempo e ripartenze. Il brano successivo, “Demon Of The Fall“, è un’altra gemma di grande maestria; il riff portante è semplicemente stupendo, venato di cattiveria, disperazione, rabbia; il cantato in growling è sempre più lugubre e cavernoso; la tensione viene spezzata da pochi break melodici di chitarra dal gusto arabeggiante e da un intermezzo blues. Negli ultimi versi la canzone abbandona inaspettatamente le atmosfere aggressive e Mikael canta in clean vocals: un finale inusuale per un pezzo così tirato e duro. “Credence” è l’unico brano del full length cantato totalmente in voce pulita e mostra un evidente amore per le melodie calde e avvolgenti tipiche dei seventies; le sonorità trasmettono una malinconia e una tristezza struggenti. Potente e brutale, la traccia successiva, “Karma“, è caratterizzata da atmosfere doom con un riff-rama dalle sfumature heavy e in certi tratti black; il tutto si esaurisce in un repentino passaggio melodico che funge da collegamento con il brano strumentale “Epilogue“. Questo pezzo chiude l’album con un sapore floydiano, grazie al ricorso ad un organo che dà vita a una melodia malinconica, ma che comunica un senso di pace e di abbandono risolutivo.

My Arms, Your Hearse” è un album notevole, il lavoro maturo di una band che ha già forgiato in maniera riconoscibile il proprio stile unico e inimitabile.

Voto recensore
8
Etichetta: Candlelight Records

Anno: 1998

Tracklist: 1. Prologue 2. April Ethereal 3. When 4. Madrigal 5. The Amen Corner 6. Demon Of The Fall 7. Credence 8. Karma 9. Epilogue
Sito Web: http://www.opeth.com/

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