Operation: Mindcrime – Recensione: The Key

Dopo anni di semi-adorazione da parte del mondo metal Geoff Tate è riuscito progressivamente a mettersi contro quasi tutti. Prima forzando la mano da dentro i Queensryche verso scelte stilistiche non proprio convincenti e poi con la lunga e penosa diatriba che ha portato le due parti a mettersi d’accordo solo pochi mesi fa sull’uso del nome originale. Sta di fatto che la separazione pare aver portato bene ad entrambi e se da un lato i Queensryche di Todd La Torre si sono potuti rimettere a suonare quel metal raffinato che appare loro più naturale, dall’altro Mr. Tate (insieme soprattutto a Kelly Gray) può permettersi di sperimentare sonorità diverse con maggiore libertà, creando opere magari non epocali, ma comunque di un certo valore artistico.

Non era infatti male “Frequency Unknown”, così come non lo è questo “The Key”. Di certo non bisogna pensarlo come un disco metal o una continuazione dei vecchi Queensryche, ma preso dal verso giusto questo disco evidenzia comunque delle buone potenzialità.

Ci sono infatti canzoni un po’ di tutti le tipologie, abbastanza da non annoiarsi, almeno se si è di larghe vedute negli ascolti. Se tralasciamo la fin troppo evidente vicinanza con brani del periodo “…Mindcrime” di una song ruffianotta come “Re-inventing The Future” (già che c’era poteva anche intitolarla “Re-inventing The Past”), il resto spazia dal robusto modern rock di “Burn” e “The Stranger”, ad un brano sofisiticato e quasi psichedelico come “On Queue”, con tanto di assolo di sax, fino ad una song acustica atipica come “Kicking In The Door”, una specie di classic pop-rock girato in una chiave più singolare da un arrangiamento anomalo.

Si sente la genuina voglia di sperimentare e il desiderio in qualche modo di apparire progressive (nel senso più astratto del termine) e in alcuni casi il risultato ci pare molto interessante. Una song come “The Fall” ha infatti molto da dire in questo senso, così come la più dark “Ready To Fly”. Altri momenti ci paiono invece del tutto forzati, come la banale “Life And Death”, cantata da Mark Daily (cosa quasi inspiegabile, visto che di fatto “The Key” è quasi sovrapponibile ad un disco solista dello stesso Tate), o il flirt con il groove metal e il rap di “The Stranger”, brano parecchio artefatto, poco fluido e incisivo.

Paradossalmente ciò che appare rivedibile in più punti è la prestazione proprio di Tate, impegnato praticamente sempre su tonalità medio-basse e senza mai davvero aprire la voce, nemmeno sui cori in cui ci si aspetterebbe di sentire un minimo più di spinta. È davvero rimasto così poco dell’istrionico singer di un tempo? O si tratta di una scelta stilistica? Cosa che a noi parrebbe almeno contestabile. Di certo così l’impatto su alcune composizioni non è sempre il massimo.

Sono però proprio le song nella loro struttura e svolgimento a farsi mediamente apprezzare, almeno per varietà e profondità di arrangiamento. Per gli amanti del rock contemporaneo, solo in parte dal retrogusto hard & heavy “The Key” potrebbe anche essere una scoperta. Per chi già invece aveva storto il naso ai tempi di “Q2k” e “Tribe”, è forse il caso di far finta che questo disco non sia neanche mai uscito.

Voto recensore
7
Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2015

Tracklist:

01. Choices
02. Burn
03. Re-Inventing The Future
04. Ready To Fly
05. Discussions In A Smoke Filled Room
06. Life or Death?
07. The Stranger
08. Hearing Voice
09. On Queue
10. An Ambush Of Sadness
11. Kicking In The Door
12. The Fall


Sito Web: http://geofftate.com/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Alessio

    Siete stati davvero generosi a dare 7. Che tristezza….ma c’è ancora qualcuno che lo ascolta?

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  2. Mark HUGE

    Mah forse se togliete i paraorecchie riuscite ad apprezzarlo , a me non dispiace affatto, così come non mi dispiacciono i ryche con la torre…….la musica e’ bella perché è varia…..degustibus!!!!

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