Shining – Recensione: One One One

Con alle spalle un album che aveva in qualche modo trovato una formula “storta” e imprevedibile come “Blackjazz” dagli Shining ci si aspettava moltissimo, ma ancora una volta in questa annata non proprio da ricordare ci tocca abbassare leggermente il tiro e parlare “solo” di un album valido e non dell’ipotizzabile capolavoro.

Anche loro devono infatti aver in qualche modo pensato che “Blackjazz” fosse andato un passo oltre e per non rischiare di perdersi nel vuoto della sperimentazione insensata, imprimono alla propria musica una forma più essenziale e catchy che si concretizza in brani dalla durata mai esagerata e dalla struttura più facilmente riconducibile alla “canzone”.

Si tratta sicuramente sempre di un qualcosa che si amalgama attraverso stravaganti distorsioni, mille influenze diverse e qualche forzatura ritmica, ma l’insieme non risulta così innovativo e “fuori” come il materiale precedente. In parte questo si può certamente addebitare al mancato effetto sorpresa, ma è altrettanto vero che se non fosse per le tante e stralunate inserzioni dissonanti ci troveremmo a parlare in troppi momenti di un lavoro di industrial metal quasi di maniera che molto deve all’opera di un folle come Devin Townsend o di altri malati come i Red Harvest o Ram-Zet e che in certi punti riprende anche palesemente idee già sfruttate nel disco prima (come in “My Dying Drive”).

Non di meno la preparazione dei musicisti e le song più riuscite e di presa, come “The One Inside”, la magistrale psichedelia di “Off The Hook” o il post-punk malato di “Walk the Way” non mancano di coinvolgere e di far la loro bella figura (e non stiamo certo parlando di una band “normale”, in ogni caso).

Paradossalmente è probabile che un lavoro più digeribile e comunque abbastanza estroso, almeno per il metro comune, come “One One One” riesca a far breccia nel cuore del pubblico ancora più di quanto sia riuscito “Blackjazz”, ma per quanto noi si rimanga estimatori della grande qualità di una band del genere, probabilmente ci attendevamo qualcosa di complessivamente più dirompente.

Voto recensore
6,5
Etichetta: Indie Recordings

Anno: 2013

Tracklist:

01 I Won’t Forget
02 The One Inside
03 My Dying Drive
04 Off The Hook
05 Blackjazz Rebels
06 How Your Story Ends
07 The Hurting Game
08 Walk Away
09 Paint The Sky Black


Sito Web: https://www.facebook.com/shiningnorway

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Andrea Sacchi

    A me non piacque particolarmente nemmeno “Blackjazz”…troppa carne al fuoco senza un filo conduttore. Continuo a vederli come una promessa non mantenuta dell’avanguardia

    Reply
    • Riccardo Manazza

      A me invece “Blackjazz” piace un bel po’, ma questo mi suona troppo “superato”, che per una band che si lancia volontariamente verso lidi sperimentali è oggettivamente un limite. Poi resta meglio di tanta roba che ho ascoltato di recente… ma quello è un altro discorso…

      Reply (in reply to Andrea Sacchi)
  2. Alberto Capettini

    Album mediocre con qualche lampo di luce anche per me…

    Reply

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