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Obituary – Recensione: Obituary

La buona notizia è che finalmente gli Obituary sono tornati ad avere un suono di qualità, bello potente, soprattutto per ciò che concerne la batteria, in linea con quanto sarebbe lecito attendersi da una band di prima fascia (così non è stato per gran parte delle ultime uscite). La notizia meno favolosa è invece che le canzoni sono anch’esse talmente in linea con quanto già abbondantemente fatto in passato da risultare, almeno per la maggior parte, un’aggiunta non del tutto indispensabile alla discografia del genere.

Ovvio che rispetto a molti gli Obituary hanno il vantaggio di poter contare su un’impronta stilistica del tutto riconoscibile, cosa che ci evita almeno di dover ascoltare canoni derivati da altre band, ma ormai ci pare altrettanto evidente che la creatività sia finita da anni e che quello che ci si può legittimamente aspettare è una buona riproposizioni di riff, stacchi e vocalizzi, molto simili a quelli che tanto ci hanno entusiasmato negli anni novanta.

In questa ottica un lavoro come “Obituary” può essere considerato di ottima fattura. Abbiamo infatti già accennato al miglioramento in fase di produzione, ma, in fondo anche la composizione mostra qualche miglioria rispetto ai dischi più mediocri della seconda parte della carriera, riportando lo standard ad un livello accettabile e mettendo in fila una sequenza di canzoni per lo meno godibili.

È questo il caso della opener “Brave”, uno dei pochi brani veloci, che ricorda in modo evidente quanti proposto dagli Obituary nel periodo “Cause Of Death”/“The End Complete”. Ma il disco in generale prende quel periodo come punto di riferimento, come dimostrano anche i brani più cadenzati, come “Lessons In Vengeance” o la super groovy “Turned To Stone” (anche qui il riff e l’andamento ritmico del brano sono veramente super classici). Si tratta probabilmente di una cosa buona, visto che piuttosto che lanciarsi in sperimentazioni di dubbia riuscita, rimane più onesto attaccarsi alle proprie certezze e farlo nel miglior modo possibile.

Unico punto forse da rimarcare è la presenza più corposa del solito di parte soliste (immaginiamo affidate a Kenny Andrews). Non aspettatevi però troppi virtuosismi, perché la scelta cade su di uno stile violento e a tratti minimale, sicuramente adatto al contesto generale.

Non si può certamente parlare di svolta epocale quindi, ma se siete rimasti fan della band anche dopo il 2000 crediamo sarà per voi una vera goduria ascoltare nuovamente gli Obituary in uno stato di forma come quello qui proposto.

Voto recensore
7
Etichetta: Relapse Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. Brave 02. Sentence Day 03. Lesson In Vengeance 04. End It Now 05. Kneel Before Me 06. It Lives 07. Betrayed 08. Turned To Stone 09. Straight To Hell 10. Ten Thousand Ways To Die

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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