No Names – Recensione: Piano 21

Ogni debutto è generalmente salutato con interesse, perché è proprio in questa occasione che forse immaginiamo più forte l’emozione di una band alle prese per la prima volta con un lavoro da promuovere. La prima volta di una band italiana, poi, ha un sapore ancora più particolare: non si tratta di nazionalismo, davvero, ma solamente di riconoscere in un nuovo disco il tassello di una scena nazionale che è a sua volta termometro di cultura, spazi, aggregazione. Già abbondantemente rodati on the road, tocca oggi ai No Names – dalla Liguria – l’onore e l’onere di portare ad un’attenzione diffusa il primo parto, pubblicato da Nadir Music. Registrato presso lo ‘Studio 21’ di Genova e masterizzato da Scotty Banks negli ‘Studios DMI’ di Las Vegas, “Piano 21” è un prodotto per certi versi sorprendente, perché dotato di un feeling autentico che rimanda all’hard rock più puro a cavallo tra anni settanta (“Hurricane”) ed ottanta, con qualche puntatina in ambito vagamente grunge (“Sunday”, “The Remaining Song”) a fare da ponte con il nuovo millennio. Contraddistinto da una grana bella grossa, che affida alle sue chitarre elettriche una evidente predominanza, il disco veleggia fin dai primi minuti su ritmi che privilegiano l’atmosfera, ed un’attitudine scorticata e blueseggiante, rispetto alla velocità. Questo permette alla formazione fronteggiata da Eu di dedicarsi alla cura del dettaglio con una padronanza che appare consumata, inserendo intermezzi che spezzano il ritmo ed assoli azzeccati a cura del solista Zuppe.

Fedele alle sue radici rock’n’roll, “Piano 21” non è un disco interessato ad offrire qualcosa di originale, né a tradire le proprie origini con costruzioni esageratamente complesse: piuttosto, il quartetto esprime un’interessante vena intimista negli episodi più crepuscolari (“No Name” e “My Little Puppet”), dai quali emergono un sentimento pieno e quella malinconia nostalgica che tipicamente appartiene al melodico italiano e non. Proprio la nostalgia per certe sonorità più semplici ed immediate sembra essere il sentimento sul quale il disco fa più insistente leva, con un rock ben congegnato (“Rocktober”) e che appare trasposto direttamente, senza filtri, dal palco alla sala di incisione (“Days Of Fire”). Il prezzo da pagare in nome di tanta purezza è la quasi totale assenza di furbizie, ammiccamenti ed artifici per catturare non solo le orecchie, ma anche il cuore dell’ascoltatore più distratto. La pubblicazione di un disco in studio costringe a comunicare su un terreno più viscido ed insidioso, che non può non avvalersi di qualche trucco retorico per restituire forza e vitalità alla piattezza di un vinile, alla perfezione plastica di un compact disc o agli zero e uno che si rincorrono ordinati su un file digitale. C’è insomma un nuovo linguaggio tutto da inventare e padroneggiare, necessario soprattutto al di fuori del contesto live, quando non è più possibile integrare l’esperienza sonora con quella più complessa e tridimensionale dell’evento, dell’attesa, degli sguardi e del sudore.

Invece di ricorrere ad un approccio furbetto, laido e corrotto come lo definirebbe Giorgione in TV, “Piano 21” si avvale in ogni traccia di una buona costruzione ma si dimostra – per scelta o normali tempi di adattamento alla nuova narrativa – meno abile nel comunicare sul piano viscerale, tattile, epidermico. Il classico disco che fa la felicità del recensore, perché i suoi contenuti sono di facile e piacevole lettura, ma che arriva con il fiato un po’ corto quando si tratta di sottintendere qualcosa, colpire con una lusinga, ammaliare l’orecchio e stimolare l’immaginazione con artifici melodici che – senza svendere l’anima al diavolo – vadano oltre una successione armonica di note. Se si escludono un paio di omaggi meno ispirati al rock’n’roll tradizionale (“The Neverending Rock And Roll Show!” e “Drop My Deed”), “Piano 21” ha comunque il merito di fotografare con efficacia una band coesa, sana e dal buon potenziale espressivo, che con un songwriting più sofferto ed originale saprà sicuramente dare vita ad un percorso interessante. L’immagine offerta oggi è quella di una massa pulsante che con ogni probabilità saprà prendere ulteriore forma e confidenza grazie alla nuova esperienza discografica, al continuo confronto e – perché no – anche al feedback che una recensione onesta e complessivamente positiva può essere in grado di offrire.

Etichetta: Nadir Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Hurricane 02. Sunday 03. The Neverending Rock And Roll Show! 04. No Name 05. Days Of Fire 06. My Little Puppet 07. Rocktober 08. 21st 09. Drop My Deed 10. The Remaining Song
Sito Web: facebook.com/NoNamesRNR

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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