Nine Inch Nails – Recensione: The Fragile

Disturbante, malinconico, maligno, emozionante: “The Fragile” – quattordicesima uscita ufficiale ma quarto album vero e proprio della band – è senza dubbio l’opera più complessa partorita dalla mente geniale di Trent Reznor con i suoi Nine Inch Nails. Sorta di colonna sonora di un mondo post-apocalittico – memorabile il video di “We’re In This Together” – con i suoi due dischi è un capolavoro monumentale in cui trova massimo compimento la sintesi tra il suono…dei sintetizzatori e quello delle chitarre, su cui si innesta la voce disperata di Reznor.

Un album carico di malinconia, che ha alcuni momenti di assoluta delicatezza in “The Great Below”, anticipata dagli squisiti e delicati movimenti jazz di “La Mer”. Per contro, le violente sfuriate di “Starfuckers, Inc.” (il video era diretto e interpretato da Marilyn Manson che omaggiava così il suo maestro) mettono in bella evidenza le chitarre che si scagliano con rabbia sul tappeto elettronico. In mezzo, Reznor porta il peso di un carico emotivo sempre palpabile, fatto di impercettibili eppure efficaci crescendo di intensità, con l’effetto di un sound tridimensionale e avvolgente (le atmosfere di “Even Deeper” e della sinistra strumentale “The Mark Has Been Made”), cui fanno da contrappunto altri momenti in cui l’assalto sonoro è asciutto e tagliente. La vena più accessibile (difficile definirla “pop”) di Reznor serpeggia in pezzi come “The Wretched”, nella sincopata “Into The Void” o nell’ipnotica “Where Is Everybody?”. L’anthemica title track – l’espressione “I Won’t Let You Fall Apart” ripetuto a più riprese nel chorus proprio in un lavoro interpretato da Reznor sempre sul filo dei nervi e pronto a scoppiare – è un altro dei momenti più intensi di un album che si chiude con la misteriosa “Ripe (With Decay)”, ideale commento sonoro ad un film con un finale aperto e avvolto nell’oscurità.