Nine Inch Nails – Recensione: The Downward Spiral

E’ il 1994 quando viene pubblicata una pietra miliare della musica “scomoda” come questo “The Downward Spiral”, un disco in grado di mettere d’accordo chi ascolta elettronica, industrial e metal, un concentrato di malessere, cupezza e violenza come raramente è capitato sentire prima: il geniale Trent Reznor, da qui in avanti punto di riferimento per una miriade di fan e considerato guru da parecchi musicisti, sceglie di registrare il seguito di “Pretty Hate Machine” e “Broken” (questo’ultimo un’EP) in un posto particolare, ovvero la villa di Beverly Hills in cui furono assassinate quattro persone (fra di loro Sharon Tate, compagna di Roman Polanski) per mano dei seguaci di Charles Manson, personaggio di certo conosciuto a tutti.

E’ come se le mura della villa fossero state impregnate di vibrazioni rilasciate dalle emozioni scatenatesi lì dentro e tutto confluisse in questo disco, una spirale discendente di violenza, confronto con sè stessi, attimi di quiete prima della tempesta, redenzione, follia, schizofrenia: tutto ciò trova la propria espressione perfetta in un mix di elettronica, chitarre mutuate dal metal e pesantemente distorte, voci che oscillano fra il suadente, il marziale e l’impazzito e un songwriting in grado di sbalordire per l’efficacia e la trasversalità della proposta.

L’apertura affidata a “Mr. Self Destruct”, ovvero uno dei soprannomi di Mr. Reznor, è già un biglietto di visita su ciò che si troverà in questo “The Downward Spiral”: alternanza psicotica della voce, brutalità sonora che instilla un gradevole masochismo in chi si pone all’ascolto, che non potrà che fare a meno di proseguire questa discesa attraverso “Piggy”, tranquilla e carezzevole in apparenza ma in grado di creare tensione seppur mascherata dal tono pacato salvo destabilizzarsi e destabilizzare nel finale e passare ad inveire contro la Divinità in “Heresy” (“Your God is dead and no one cares”): furia, rabbia, cieco dolore che trovano catarsi solo grazie al compimento definitivo della spirale discendente, all’immergersi nel proprio Io più profondo per specchiarsi in sè stessi e urlare di terrore di fronte alla vera natura nascosta a tutti gli altri; una catarsi che fatica a compiersi, volutamente, brano dopo brano, grazie al grado di tensione che Trent Reznor riesce a creare praticamente da solo (Flood e Alan Moulder ai suoni e qualche ospite fra i quali Adrian Belew dei King Crimson e Stephen Perkins dei Jane’s Addiction per le parti suonate) e al muro granitico di forza che si staglia davanti come in “March Of The Pigs”, ispirata all’eccidio compiuto fra le mura in cui ora un musicista sta esorcizzando i propri demoni.

“Closer” riesce a racchiudere universi musicali in una composizione, facendoli coesistere e dando vita a un suono sporco e languido, in grado di ben rappresentare demoni lubrichi che danzano nella mente del protagonista e si affastellano gli uni sugli altri in “Ruiner” per voler uscire con urla disumane in “The Becoming”, pezzo veramente disturbante, una seduta di psicoterapia fatta clangore e musica, degno esempio della dicotomia cerebrale imperante in questo lavoro; la forza distruttrice dell’Io, divoratore di sè stesso e di emozioni, la si può percepire in “I Do Not Want This” e nella breve “Big Man With A Gun”, emblematiche fin dal titolo.

La strumentale “A Warm Place” (sostanzialmente un tributo a “Crystal Japan” del Duca Bianco) anticipa profeticamente l’avvento dell’uomo privo di emozioni, annichilito di fronte al proprio bozzolo e reattivo come una macchina che esplicita i propri bisogni esistenziali in seguito al reset totale in “Eraser”: la relativa calma prende il sopravvento in “Reptile”, brano ottimamente arrangiato, prima di avere un ultimo accesso di follia nell’assalto sonoro che dà il titolo a questa Opera Magna la cui chiusura è affidata a “Hurt”, toccante e struggente finale, musicalmente e dal punto di vista lirico (coverizzata persino da Johhny Cash), uno dei vertici assoluti della produzione musicale di sempre, probabilmente.

Una montagna ricoperta di nubi e scariche di elettricità, un vero caposaldo della musica degli ultimi 50 anni, un leviatano necessario da affrontare per poter scoprire sè stessi ed esorcizzare la propria natura più vera: “The Downward Spiral” è decisamente e senza dubbio alcuno un’opera fondamentale, un punto di non ritorno e una pietra di paragone per tutto ciò che verrà dopo nell’ambito della musica di un certo tipo.

NIN - The Downward Spiral

Etichetta: Interscope Records

Anno: 1994

Tracklist: 1. Mr Self Destruct 2. Piggy 3. Heresy 4. March Of The Pigs 5. Closer 6. Ruiner 7. The Becoming 8. I Do Not Want This 9. Big Man With A Gun 10. A Warm Place 11. Eraser 12. Reptile 13. The Downward Spiral 14. Hurt
Sito Web: http://www.nin.com/

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login