Nine Inch Nails – Recensione: Pretty Hate Machine

Gli anni’80 stavano per finire, il metal classico piano piano si sfilava dalla luce dei riflettori, la new wave andava spegnendosi e abbandonando i suoni sintetici a favore di una musica di largo consumo più boombastica. Non è un panorama desolante quello descritto, bensì un punto di partenza ideale per una delle band più originali dei nineties e del suo deus ex machina.

I Nine Inch Nails e Trent Reznor sono un binomio ancora un po’ acerbo in “Pretty Hate Machine”, ma di certo la creatura iniziava a crescere bene, unendo in modo del tutto personale l’estetica noir della new wave, la musica elettronica d’essai e la potenza del metal. Disco figlio di Iggy Pop, Depeche Mode e David Bowie, ma anche di Throbbing Gristle, Skinny Puppy e Ministry, “Pretty Hate Machine” fu una tra le prime opere a miscelare il suono industrial con l’heavy metal avendo dalla sua tanto una logica sorprendente quanto una grande necessità di sperimentare.

Binomio ancora un po’ ruvido dicevamo, “Pretty Hate Machine” spiana però la strada a quel “The Downward Spiral” di maggior fama grazie a un allora ventiquatrenne Trent Reznor terribilmente ispirato. “Terribilmente” non a caso, perchè “Pretty Hate Machine” è un album nervoso e cangiante che fa succedere innumerevoli cambi di intenzione, dalla violenza cieca alla melodia più dolce.

“Head Like A Hole”, sorta di critica alla massificazione derivata dal consumismo, apre su di uno scenario elettronico disturbante dove si innestano dei rumori metallici (sono parecchie le continuità con gli Einstürzende Neubauten dei primi tempi), poi arrivano le voci femminili, un pulsare regolare della sezione ritmica e infine un refrain dove l’anima metal esplode in tutta la sua rabbia. Più atmosferica e lenta, “Terrible Lie” prelude al singolo “Down In It”, strizzatina d’occhio al mainstream (molto, ma molto cauta) con tanto di parti rappate.

E’ un sussegurisi di rumore, musica e sensazioni contrastanti che trovano l’apice nella splendida “Something I Can Never Have”, pezzo straziante declamato dalla voce sofferta di Reznor che parla di un amore irrealizzabile (tematica che peraltro ritroviamo più volte nel disco) dove i rumori elettronici distanti incontrano le note tristi del pianoforte. Il refrain è dolce e dal forte impatto emotivo, Reznor lo scandisce con grande partecipazione.

Benchè non manchino alcuni momenti più in ombra, “Pretty Hate Machine” è uno scrigno che contiene molte gemme e la creatività reznoriana non mostra cedimenti. Capiamo quanto urgente fosse la sua necessità di esprimersi e ancora un pizzico slegata all’ascolto di “Sin”, un brano ficcante e influenzato dal synth pop depechemodiano e ancora di “Only Time”, dalle velleità dub.

“Pretty Hate Machine” ebbe un tale successo tra il pubblico di musica alternativa che la TVT Records, capite le potenzialità del progetto, pretese da Reznor il controlo artistico dei successivi lavori della band, una richiesta alla quale il nostro rispose con un sorriso e il dito medio alzato. Con Mr. Self Destruct non si scherza.

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Voto recensore
S.V.
Etichetta: TVT Records

Anno: 1989

Tracklist: 01. Head Like a Hole 02. Terrible Lie 03. Down in It 04. Sanctified 05. Something I Can Never Have 06. Kinda I Want To 07. Sin 08. That's What I Get 09. Only Time 10. Ringfinger
Sito Web: http://www.nin.com/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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