Nirvana – Recensione: Nevermind: 20th Anniversary Edition

Era il 24 settembre del 1991. I Nirvana partorirono il secondo album, quello di maggior successo, e la generazione X acquistava ufficialmente un’identità.

“Nevermind” è indiscutibilmente la carta d’identità dei ragazzi degli anni novanta. Quella generazione che per molti nuotava nel nulla, che rincorreva sogni, che indossava jeans strappati poco affidabili, Converse bucate da perdenti, e si nascondeva in maglioni giganti o camicie a quadri di flanella per proteggere la propria timidezza e l’insicurezza. Era una generazione disarmante, senza difese, ma sincera e limpida, dagli occhi blu e i capelli biondi. È quella generazione che ancora adesso, a guardarla negli occhi, è uguale a vent’anni fa.

“Nevermind” era LA valvola di sfogo degli adolescenti degli anni novanta. Dodici tracce (tredici con la ghost track, “Endless Nameless”, che esplode alla fine di “Something In The Way”) racchiuse in quarantatre minuti. Quasi un’ora in cui la semplicità e l’immediatezza di melodie pop si fondono con l’aggressività vocale, le urla e la disperazione a perdifiato di Kurt Cobain, la violenza graffiante, punk della sua chitarra, il basso cupo, deciso e ballerino di Krist Novoselic, e le pelli superlative di Dave Grohl che accompagnano l’esplosione di Kurt come nessun altro avrebbe potuto fare. Una generazione ignorata e non ascoltata che riesce a trovare il suo Nirvana in “Nevermind”. Una generazione che trova la sua forza e urla il proprio pensiero attraverso la musica di Kurt Cobain. Non ci sono altre soluzioni, non ci sono altri modi.

La prima traccia è “Smells Like Teen Spirit”, il pezzo più conosciuto dell’album e non solo, il pezzo sicuramente più conosciuto di tutta la storia dei Nirvana. Non c’è nessuno, e dico nessuno, che dal 24 settembre 1991 non riconosca quell’attacco di chitarra seguito dallo stacco liberatorio e violento della batteria di Grohl. E quelle urla sfinite di una generazione che profumava di spirito adolescenziale: “Here we are now/ Entertain us/ A mulatto, an albino, a mosquito/ My Libido, A Denial”. La fioritura dello stile perfettamente grunge di “In Bloom”: calma iniziale (“We can have some more/Nature is a whore/Bruises on the fruit/Tender age in bloom”) e ritornello che esplode. Il testo introspettivo, intimo di “Come As You Are”, che diventa proprietà di chiunque lo ascolti (Come as you are/ As you were/.. Take your time/Hurry up/The choice is your/Don’t be late).  Il ritmo serrato, punk e strafottente di “Breed” (“I don’t mind if I don’t have a mind”). L’amore struggente e ostinato di “Lithium” (“I like it/I miss you/I love you/I kill you/I’m not gonna crack”). E poi “Polly” che taglia l’album a metà, una pausa prettamente acustica che racconta dello stupro subìto da una dodicenne, intrecciandosi con Polly il pappagallo di Kurt (“Polly wants a cracker”). Dopo la quiete, la tempesta senza sosta di “Territorial Pissing”, una vera distruzione fisica in cui Kurt arriva alla fine del brano stremato e senza voce urlando “I gotta find a way/A better way/I had better wait”. Il romanticismo disarmante e passionale di “Drain You” (“Cheaw your meat for you/Pass it back and forth/In a passionate kiss/From my mouth to yours/Sloppy lips to lips/You’re my vitamins/I’m like you”). La ricerca di autocontrollo in “Lounge Act” che cresce pian piano (“I’ll keep fighting jelousy until it’s fucking gone”) e si arrende esplodendo (“Smell her on you”). Ancora un altro tra i brani più punk e tirati dell’album, “Stay Away” in cui l’unico senso sembrano essere i versi in rima e l’urlo finale “Stay Away/God is gay”. Il sound positivo, incalzante di “On A Plain” contrastato da versi senza senso (“What the hell am I trying to say?”) e a tratti alienanti (“I love myself better than you/I know it’s wrong so what should I do?”). E la chiusura di una calma e di una bellezza disarmanti con “Something In The Way”, la voce riflessiva di Kurt che dà già quella sensazione di essere lontano da noi e un violino di sottofondo a decorare quel qualcosa lungo la via (“It’s ok to eat fish ‘cause they don’t have any feelings”).  Segue poi una ghost track “Endless Nameless”, un’ammucchiata di chitarre distorte, piatti e basso picchiati con violenza, versi urlati senza sosta da Kurt.

A vent’anni dalla pubblicazione, “Nevermind” viene ripubblicato in Deluxe e Super Deluxe Edition, contornato da b-side dei singoli, studio sessions e live. Quel 24 settembre del 1991 ha sul serio cambiato la musica rock, ha cambiato una generazione, e continua a segnare le generazioni di oggi. La domanda che mi pongo a volte ( e penso che tutti lo facciano) è come sarebbe stata la musica senza i Nirvana e senza “Nevermind”. Quale direzione avrebbe preso? Giuro che non riesco ad immaginarmi nulla di tutto quello che è accaduto e che accadrà, senza Kurt e senza “Nevermind”.

Voto recensore
10
Etichetta: Geffen Records

Anno: 1991

Tracklist:
01. Smells Like Teen Spirit
02. In Bloom
03. Come As You Are
04. Breed
05. Lithium
06. Polly
07. Territorial Pissings
08. Drain You
09. Lounge Act
10. Stay Away
11. On A Plain
12. Something In The Way
11. Endless Nameless

Sito Web: http://www.nirvana.com/

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