Necrophobic – Recensione: Mark Of The Necrogram

Sono passati più di quattro anni dall’uscita di “Womb Of Lilithu”, un album ottimo ma che lasciava un punto interrogativo sul futuro che avrebbe atteso gli svedesi Necrophobic dopo l’allontanamento del vocalist di lunga data Tobias Sidegård, arrestato per violenze domestiche. Il drummer e leader Joakim Sterner, unico membro superstite della formazione originale di fine anni ’80, non poteva rispondere in modo migliore, reintegrando il vocalist Anders Strokirk (che cantò sul debut album “The Nocturnal Silence”, 1993) e allargando di nuovo la line up a cinque elementi, con il ritorno dei due chitarristi Sebastian Ramstedt e Johan Bergebäck, usciti in prima battuta nel 2011. Al basso, confermato il bravo Alex Friberg, che già su “Womb Of Lilithu” e sul precedente “Death To All” (2009) aveva condiviso la sezione ritmica con Joakim Sterner.

La formazione, già rodata nel 7” “Pesta”, uscito la scorsa estate, mette in moto una vera macchina da guerra. Non dobbiamo aspettarci un’inventiva straordinaria da “Mark Of The Necrogram”, ma quella lettura dei canoni del black/death più tecnico e melodico concepito dalla tradizione svedese, che la band dà una volta di più in maniera personale e caratteristica. “Mark Of The Necrogram” è un muro di suoni, poggia su di una tecnica esecutiva superiore e vanta una cura maniacale negli arrangiamenti e nell’aspetto della produzione, che di fatto enfatizza il versante epico e melodico del platter rendendolo fruibile anche a chi non mastica necessariamente sonorità estreme.

Si parte subito molto bene con i riferimenti slayeriani della titletrack, brano solido, veloce, dove il contributo di ogni musicista è essenziale. Lo screaming di Anders Strokirk è potente e ben comprensibile, le chitarre macinano riff e disegnano una melodia guida fiera e di presa. La sezione ritmica detta legge grazie a un bagaglio esecutivo raffinato che non disdegna preziosismi. Eppure, questo brano come gli altri che seguiranno, va subito al dunque senza appesantimenti, riuscendo a catturare l’attenzione. Un giro di basso e degli inquietanti arpeggi aprono “Odium Caecum”, una canzone dove sono più presenti gli elementi death, ponte per la successiva “Tsar Bomba”, un brano epico e straordinariamente orecchiabile per gli standard del genere. Qui notiamo come le coppia di axe men rendi il sound corposo, la voce sia partecipe e sentita e una melodia ficcante ci obbligherà a muovere la testa.

Episodi come “Lamashtu” (dagli interessanti accenni mediorientali), gli incisivi mid tempos “Pesta” e “Requiem For A Dying Sun”, ancora la maligna “From The Great Above To The Great Below” sono esempi di come una band in perfetta forma componga dei pezzi fatti semplicemente nel migliore dei modi, in grado di essere ricordati anche dopo pochi ascolti. Un album che, siamo certi, rivelerà ancora di più il suo potenziale dal vivo e che di fatto segna l’inizio di una seconda giovinezza per la band.

Voto recensore
8
Etichetta: Century Media Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Mark Of The Necrogram 02. Odium Caecum 03. Tsar Bomba 04. Lamashtu 05. Sacrosanct 06. Pesta 07. Requiem For A Dying Sun 08. Crown Of Horns 09. From The Great Above To The Great Below 10. Undergången
Sito Web: http://www.necrophobic.net/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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