Necrophobic – Recensione: Dawn of the Damned

Dal punto di vista musicale, il fosco Ottobre 2020 si apre ai fans del metal più intransigente con il fulgido, anzi tenebroso ritorno dei leggendari Necrophobic: una tra le maggiori realtà superstiti del metal scandinavo estremo, protagonista della prim’ora della scena black-death svedese. Era il lontano 1993 quando, rigurgitati da una scena satura sia dei suoni di band death seminali quali gli svedesi Dismember, Unleashed, Entombed e gli inglesi Carcass, pur facendone tesoro gli allora esordienti Necrophobic si accostavano presso lidi più luciferini e tenebrosi, attitudinalmente più aderenti ai Marduk, virando in modo decisivo in chiave melodica e a tinte maideniane. Un simile indirizzo, tale da accomunarli a un paio di realtà altrettanto promettenti e ben presto indimenticabili come i Dissection, che in quello stesso anno esordivano con “The Somberlain” e i poliedrici Lord Belial, portò i Necrophobic a esordire con “The Nocturnal Silence”: una delle pietre miliari del cosiddetto death/black svedese, poi etichettato con la definizione, forse un po’ vaga ma tutto sommato significativa, di “blackened death metal”: un ibrido prettamente svedese che, complice nel tempo lo scioglimento delle altre grandi band succitate e la discontinuità di pur ottimi gruppi come Naglfar e Watain, dopo una quasi trentennale esperienza ha infine visto prevalere come re indiscussi proprio i tenaci Necrophobic.

Desidero premettere che il nuovo “Dawn of the Damned” è il risultato di un parto difficile: un rito di passaggio o se vogliamo, una vera e propria prova di forza. Gli intransigenti veterani di Stoccolma, veri e propri “Kings of their Kind” stagionati da un’epopea ininterrotta di CD altamente significativi, non avevano mai conosciuto passi falsi fino al 2013, quando si aprì una fase sofferta della durata di sette anni, segnata dall’allontanamento del carismatico cantante/bassista Tobias Sidegård, condannato per violenze domestiche e quasi contemporaneamente arrivò la a lungo sospirata firma per una grande label come la Century Media Records, che al di là di una migliore distribuzione all’inizio diede esiti inaspettatamente contro corrente. La discografia della band, segnata da un paio di album transitori, interessanti ma discutibili come “Womb of Lilithu” (2013), sorta di black sinfonico dagli esiti altalenanti e “Mark of the Necrogram” (2018), virata “blackdeath-n’roll” a base di vere e proprie “hit” orecchiabili e tutto sommato un po’kitsch, col nuovo Dawn of the Damned” oggi vede qualcosa di più di un ritorno ai fasti consueti: lungi dal riproporci un lavoro solido e tradizionale, questa volta hanno superato se stessi. In virtù di un bagaglio tecnico – compositivo consolidato e sopra la media, nutritisi alle fonti del male primigenio che li vide esordire i Necrophobic si sono rigenerati. Riorganizzando la propria line-up a partire da un quintetto di professionisti che già avevano suonato insieme, con l’appoggio di una produzione sopra la media (affidata a Fredrik Folkare: Unleashed, Firespawn), la band hanno partorito 10 tracce magistralmente arrangiate, armate di assalti-killer a base di riff potenti e pregevoli assoli di chitarra, supportati da atmosfere epico – rituali e luciferine che fanno di “Dawn of the Damned” un solidissimo lavoro della durata di circa 50 minuti.

Il successo di questo lavoro poggia in primis sul duplice lavoro di chitarre ad opera del compositore Sebastian Ramstedt, coadiuvato da Johan Bergebäck, per un intreccio tanto poderoso quando si tratta di comporre tessiture sonore a base di riff incisivi quanto pregevole nei veloci assoli melodici, intinti di elementi thrash e NWOBHM.

Per tutto il viaggio sonoro i due sono accompagnati dalla batteria di Joakim Sterner, fondatore originario della band: martellante e talvolta compiaciuto protagonista, tra una sfuriata e l’altra, di potenti rullate “stop & go”. Pur ricalcando lo scream incisivo e nitido dell’altrettanto storico Sidegård, il vocalist Anders Strokirk si sforza di farlo dimenticare, riuscendoci; nelle partiture più lente e cadenzate il basso di Allan Lundholm si esalta.

Per una breve analisi dei singoli pezzi:

“Aphelion”, intro epico – tragica a metà tra il malevolo incipit di Opus Notturne dei Marduk e una colonna sonora alla “Signore Degli Anelli”, apre la via a “Darkness be my Guide”, tipica song aggressiva e piena di pathos che tante band come i connazionali Dark Funeral sognavano di comporre. Mirror Black è un inno marziale, incisivo e cadenzato quanto orecchiabile: non per caso, entrambe le songs erano state scelte come singoli promozionali. Il fatto che “Tartarian Winds”, pur di sapore altrettanto anthemico, mescoli il suo retaggio luciferino con spunti inediti di tradizione Pagan e Viking alla Manegarm, Einherjer e da giri di chitarra alla Immortal di Sons of Northern Darkness dà un’idea della nuova dimensione intrapresa, nel nome della commistione misurata e intelligente. Se “The Infernal Depths of Eternity” e la titletrack portano avanti con veemenza il fresco amalgama tra atmosfere black e sfuriate in parte memori di vecchie e conterranee glorie death-thrash come The Crown, Soilwork e Terror 2000, forse la veloce “The Shadows” è l’unico brano sotto la media. Ci pensano “As the Fire Burns” e “The Return of a Long Lost Soul”, vero e proprio capolavoro sperimentale post-maideniano di 7 minuti, a rialzare il tiro con iniezioni di heavy metal ben calibrate, sempre al servizio del sound dominante. “Devil’s Spawn Attack”, quasi in tributo al thrash metal anni ’80 più intransigente, ossia quello germanico, vedendo all’opera Schmier, cantante dei Destruction, come special guest, ha come il sapore di una bonus track.

In sostanza, qual è l’incantesimo per resurrezione dei Necrophobic?”

Nessuna, se non il consapevole desiderio di suonare più moderni, restando fedeli a se stessi. A voler ben vedere, lo storico bagaglio culturale della band prevedeva gli stessi blast-beats, mid tempos, assoli melodici tecnici e forsennati, melodie luciferine alla Dark Funeral, aperture maideniane, perfino orientaleggianti e partiture vocali ritmicamente scandite come antiche e suggestive profezie funeste fin dai tempi dei grandi capolavori: “The 3d Antichrist” (1999) e “Bloodhymns” (2002), che contribuirono a forgiare il tipico sound dei Necrophobic quando il gruppo non godeva ancora della visibilità attuale. La recente capacità di “cannibalizzare” influenze disparate attraverso un processo di destrutturazione e ricomposizione, senza peraltro mai copiare, ha permesso alla band di rinnovare le sue tradizionali strutture death/black di matrice svedese, restituendo un sound fresco e vincente. L’impressione definitiva è quella di esserci imbattuti nel lavoro più complesso di un gruppo che ha saputo dimostrare a tutti quanto, anche dopo anni e anni di attività, possano portare a nuovi e alti livelli una band già di suo valida e talentuosa senza bisogno di diversi per forza snaturare o vendersi al miglior offerente.

Etichetta: Century Media

Anno: 2020

Tracklist: 01. Aphelion 02. Darkness Be My Guide 03. Mirror Black 04. Tartarian Winds 05. The Infernal Depths of Eternity 06. Dawn of the Damned 07. The Shadows 08 As the Fire Burns 09. The Return of a Long Lost Soul 10. Devil's Spawn Attack
Sito Web: https://www.necrophobic.net/

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  1. F.

    Recensione perfetta.

    Reply

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