Napalm Death – Recensione: Scum

Apriamo la nostra consueta finestra sul passato inquadrando l’atmosfera musicale che si respirava nel periodo in cui usciva “Scum“: era il 1987, anno degno di nota in ambito hard’n’heavy perché oltre a vedere la nascita di band fondamentali (Danzig, Burzum, Darkthrone, Cynic, Entombed, Asphyx, Meshuggah, Deicide, Autopsy ecc…) venivano dati alle stampe alcuni degli album più decisivi per la storia del metal, tra cui il leggendario “Into The Pandemonium” (Celtic Frost), lo scalmanato “Appetite For Destruction” (Guns N’ Roses) il potentissimo “The Legacy” (Testament), il geniale “Killing Technology” (Voivod), il vulcanico debutto dei Coroner (“R.I.P.”), e per quanto ci interessa in questa sede “Crossover” dei D.R.I. e “Join The Army” dei Suicidal Tendencies, importanti perché vi si riaffermava con decisione il legame tra punk-hardcore e thrash: se oltreoceano la voglia di sperimentare era tanta, in Europa ci si difendeva benissimo. È in questo brulicare di idee che gli inglesi Napalm Death seppero ritagliarsi un posto nella storia della musica dando vita a un vero e proprio genere; del resto, l’isola aveva già dato i natali ad hard rock, heavy metal e punk, quindi il fatto che il grindcore decise di vedere la luce proprio qui non lascia stupiti più di tanto.

Tralasciamo i cambi di formazione degli esordi e alcuni demo della band (fondata nel 1981 vicino a Birmingham); se è l’instancabile drumming di Mick Harris a battere il tempo di questo platter di debutto (nonché dei successivi due), nei pezzi 1-12 troviamo alla  chitarra Justin Broadrick, che passa il testimone a Bill Steer per le restanti sedici tracce; sempre nelle prime dodici song troviamo Nik Bullen alle 4 corde e voce, ruolo sdoppiato nelle restanti, dove figurano Jim Whitely al basso e un devastante Lee Dorrian al microfono. Il disco fu registrato ai Rich Bitch Studios e si compone di ventotto tracce per un totale di 33 minuti e 14 secondi all’insegna della sperimentazione più esasperata: fino ad allora nessun gruppo aveva osato tanto, e se l’impronta sonora è connotata da un’esasperata rapidità d’esecuzione e una rozza brutalità mai sentite prima, le liriche trasudano un’impudente irriverenza e l’anticapitalismo viscerale della scena anarcho-punk di qualche anno prima è qui elevato all’ennesima potenza, insomma siamo in presenza di un seminale grind dalle tinte vagamente thrash (e death) generato dall’esasperazione del punk-hardcore più politicizzato.

È d’obbligo ricordare che dal punto di vista stilistico, l’utilizzo di certi esasperati vocalizzi gracchianti inizierà ad essere utilizzato su vasta scala una manciata di anni dopo dalle prime band black metal norvegese e il blast beat si propagherà a macchia d’olio proprio grazie a questo lavoro, dove Mick Harris dà sfogo a tutte le sue primordiali energie (che da lì a pochi anni devierà in ambito elettronico per renderle nettamente più cerebrali), e insieme ai suoi compari di razzie sonore mette a ferro e fuoco ogni concezione di melodia: esempi di allucinante iconoclastia sonora sono la mitica opener, “Siege Of Power” (il pezzo più lungo, e per questo più strutturato), “Control” (testo profetico…), “Deceiver“, “Moral Crusade“, “Stigmatized“. Non è un dettaglio ricordare la celebre “You Suffer“, che con la sua durata di 1,316 secondi frantumava ogni record di velocità e sintesi entrando a pieno titolo nel Guinness dei Primati come pezzo musicale più corto di tutti i tempi.

Oltretutto l’importanza di questo lavoro (cui seguì l’altrettanto valido “From Enslavement To Obliteration”, che ne riaffermava con veemenza forme e contenuti) non si esaurì con la fine degli Eighties, anche perché grazie ai suoi creatori nascerà una buona fetta di pionierismo sonoro dei primi ’90: a chi è avvezzo alle espressioni musicali d’avanguardia è inutile ricordare che Harris militerà anche in Defecation, Scorn (con Bullen), Doom (con Whitely), Lull, Extreme Noise Terror ecc…, Broadrick nei Godflesh e nei Jesu, Steer nei Carcass e naturalmente Dorrian fonderà i Cathedral, altra band di punta della mitica Earache Records (non a caso, una certa interpretazione iper-veloce del doom la troviamo già in qualche passaggio di “Scum”…)

L’album è facilmente reperibile grazie alle numerose ristampe in cd e vinile (in tutto, almeno una cinquantina le riedizioni), ma se lo vorrete acquistare di seconda mano faticherete a trovarlo: nei mercatini/negozi dell’usato è quasi una chimera, indice del fatto che chi ha scelto di procurarsi questo geniale dischetto difficilmente ha deciso di sbarazzarsene, sia per ciò che rappresenta per l’evoluzione dell’extreme metal, sia perché, al di là dell’aspetto storico, è davvero un disco senza pari.

Napalm Death Scum

Etichetta: Earache Records

Anno: 1987

Tracklist: 01. Multinational Corporations 02. Instinct Of Survival 03. The Kill 04. Scum 05. Caught In A Dream 06. Polluted Minds 07. Sacrificed 08. Siege Of Power 09. Control 10. Born On Your Knees 11. Human Garbage 12. You Suffer 13. Life? 14. Prison Without Walls 15. Point Of No Return 16. Negative Approach 17. Success? 18. Deceiver 19. C.S. 20. Parasites 21. Pseudo Youth 22. Divine Death 23. As The Machine Rolls On 24. Common Enemy 25. Moral Crusade 26. Stigmatized 27. M.A.D. 28. Dragnet
Sito Web: www.napalmdeath.org

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