My Dying Bride – Recensione: The Ghost Of Orion

Il tempo è relativo, i numeri passano e si dimenticano, come il dolore, e la fiammella di una flebile speranza rimane sempre accesa, anche se appena visibile…

Importa sapere che i gotici poeti del doom più romantico e struggente, a nome My Dying Bride, sono arrivati con questo “The Ghost Of Orion”, al loro quattordicesimo album in studio, in trenta anni di intensa carriera? Ben cinque lunghi inverni sono passati dal precedente “Feel The Misery”, un membro storico come Calvin Robertshaw, lascia per la seconda volta il posto da chitarrista vacante, questa volta a favore di Neil Blanchett, bacchette e batteria ora sono saldamente occupati da Jeff Singer (ex Blaze e soprattutto ex Paradise Lost). Se volete altre informazioni statistiche, dopo tre decadi, la storica casa discografica Peaceville viene sostituita dalla certezza monolitica della solidissima Nuclear Blast. Potrebbe essere un evento quasi storico, ma tutto scompare, avvinto dal dolore.

Se dobbiamo far parlare il cuore, quello pulsante della voce della band, Aaron Stainthorpe, vi racconterebbe di anni difficili e pesanti, soprattutto il 2017 e 2018, passati ad accudire la piccola figlia, vittima di una terribile malattia da cui è felicemente uscita del tutto guarita. Questo elemento è ovviamente motore ed assoluto protagonista delle liriche e delle musiche del disco, e culmina della candida figura femminile dipinta sulla copertina, e vestita di un bianco logorato e sporcato da sottili ma insistenti macchie scure.

Di luce e di buio e del loro alternarsi a volte misterioso, parlano le otto tracce di “The Ghost Of Orion”, che riescono ad essere insieme dolenti, consolatorie, meditative e infine, ristoratrici. La rabbia di una vicenda in cui ci si sente impietriti ed impotenti si percepisce, statuaria e potente, nell’incipit di “Your Broken Shore”, ed evolve nella cantilena amara e dolce di “To Outlive The Gods”, di cui “Tired Of Tears” appare come una prosecuzione che si bagna nelle acque terse di un violino struggente e linee chitarristiche salmodianti e labirintiche. “The Solace” interrompe la litania, rinunciando al supporto ritmico e lasciando come protagoniste le due chitarre, liquide ed imperiose, che si intrecciano e vengono sostenute dalla voce sognante di Lindy-Fay Hella (Wardruna). In “The Long Black Land” ritornano le asperità tormentate dell’opener, favorite da un growl mai troppo estremo, squarciata da suggestive aperture acustiche ed una magnetica marcia doom che non riesce mai a risultare noiosa o scontata. La title track è sorprendentemente breve e ci lascia un semplice arpeggio chitarristico, una purificazione che non ha bisogno di parole, e introduce la magnifica suite finale di “The Old Earth”, che riunisce tutte le anime musicali della band, in armoniosa dissonanza. Un coro angelico in lontananza si specchia dentro un violino notturno e doloroso, per una “Your Woven Shore”, che si congeda, breve e magica come gli ultimi istanti della vita di una farfalla. Ma dalla morte la vita rinasce sempre, una volta ancora.

La Sposa Morente ritorna a noi, viva, pulsante e si reinventa con una maestria unica, concludendo le mie provvisorie parole e lasciando spazio alla musica. Eterna ed Immortale.

Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2020

Tracklist: 01. Your Broken Shore 02. To Outlive the Gods 03. Tired of Tears 04. The Solace 05. The Long Black Land 06. The Ghost of Orion 07. The Old Earth 08. Your Woven Shore
Sito Web: http://www.mydyingbride.net/

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