Mork – Recensione: Katedralen

Viviamo in un’epoca musicale dove le sperimentazioni in ambito black metal sono all’ordine del giorno, dove si cerca di farlo coesistere con i generi più disparati. Per questo forse, ormai la vera innovazione è il ritorno alle sonorità da cui tutto è cominciato, senza fronzoli e senza compromessi.

Figlia di una rara attitudine ed una seminale riverenza verso la propria terra, quella Norvegia che sul finire degli anni ottanta fu l’epicentro del “movimento” nasce l’opera ultima “Katedralen” di Mork, one-man band del poliedrico artista che risponde al nome di Thomas Eriksen, il quale ispira le proprie composizioni a mostri sacri come Darkthrone, Burzum ed Immortal, ma non solo, come vedremo nel track by track.

Va bene che lo stile rimarca minuziosamente quello delle band citate, ma ciò che colpisce è soprattutto il fatto di rievocarne le stesse atmosfere, un elemento sempre stato di primaria importanza nel black metal. Il tutto grazie ad un eccellente lavoro in fase di produzione (nella quale c’è anche lo zampino del buon Thomas) che rende il suono certamente essenziale ma molto pulito, della serie che si sentono poche sfumature ma tutto quello che bisogna sentire, lo si sente bene.

Questa attitudine nella quale il minimalismo e l’impatto sono tutto, la si ritrova anche nell’effetto pastello dell’artwork curato da David Thiérrée, non certo l’ultimo arrivato per quanto riguarda l’estetica in ambito di appeal nel black metal (Ihsahn, Satanic Warmaster e Mütiilation fra le sue passate collaborazioni).

A condurci attraverso le porte dell’oscuro luogo di culto c’è Eero Pöyry all’organo, primo special guest del disco proveniente dai finlandesi Skepticism, che fa da preambolo a “Dødsmarsjen”, pezzo in cui una chitarra graffiante alla “All Shall Fall” si erge sul lavoro forsennato della sezione ritmica. Il disco è appena iniziato ma a noi sembra già di essere nel pieno di una glaciale tormenta… chissà se riusciremo ad uscirne incolumi.

Svartmalt” risponde di no. L’andatura meno frenetica ma incalzante del riff di apertura, che troveremo a più riprese nel brano) ci accompagna verso un dualismo inatteso dietro al microfono, dove a fare da spalla ad Eriksen troviamo proprio Nocturno Culto dei Darkthrone, con il suo caratteristico ed inconfondibile timbro soffocato. Non solo la sua presenza, ma anche i pattern di batteria riprendono quelli della band di Kolbotn (ricordate le trame punkeggianti su “The Pagan Winter”?).

Con la seguente “Arv” si esce leggermente dagli schemi, in favore di una composizione più cadenzata nella quale in mancanza di un ospite in carne ed ossa, fa il suo ingresso in scena un chorus in clean che rievoca sonorità viking. Come naturale conseguenza l’atmosfera si fa meno gelida ma più spettrale, malinconica e solenne.

Si ritorna in territori prettamente black nella seguente “Evig Intens Smerte”, che non fosse per il cantato di Eriksen, caratterizzato da urla straziate, sembrerebbe un brano uscito da “A Blaze In The Northern Sky”, con gli ipnotici giri di chitarra le martorianti cavalcate inveite dalla sezione ritmica.

La chiusura ricca di pathos precede “Det Siste Gode I Meg”, brano permeato dallo stesso mood ma con sfumature più melodiche ed eteree, soprattutto per merito di un bellissimo refrain cantato in clean, che ci evoca nella mente sensazioni malinconiche e di sofferenza.

Più secca la successiva “Født Til Å Herske”, nella quale troviamo gli stessi tratti distintivi ma avvinghiati da un’aura più malata e nichilista, a riprova che pur uscendo leggermente dai binari più oltranzisti del genere si possa comunque riuscire a mantenere una linea coerente (personalmente mi ha ricordato alcuni lavori degli svedesi Shining).

Stesso discorso per la seguente “Lysbæreren”, che strizza l’occhio invece ai connazionali Satyricon ed al loro caratteristico sound a metà fra il black metal ed il rock n’ roll. Ibrido convincente o meno, il brano non ha lo stesso piglio di altri contenuti del disco, a mio avviso, ma tutto sommato non è neanche da buttare, con i suoi riff distorti all’inverosimile che trasudano malignità da ogni poro.

Il long play si conclude con la lunga “De Fortapte Sjelers Katedral”, tornando su coordinate puramente black metal, con le ben note scariche di blast beat tanto care ai primi Immortal, fra i vari, ed un riffing malsano e catatonico. Guitar solos ipnotici e cambi di tempo a go go che generano una vera e propria eruzione di magma glaciale e maligno, prima che Pöyry torni a fare la sua comparsa, regalandoci un bellissimo e solenne outro di organo, annunciando il termine della funzione e la chiusura delle porte dell’oscura cattedrale.

Etichetta: Peaceville Records

Anno: 2021

Tracklist: 01. Dødsmarsjen 02. Svartmalt 03. Arv 04. Evig Intens Smrte 05. Det Siste Gode I Meg 06. Født Til Å Herske 07. Lysbæreren 08. De Fortapte Sjelers Katedral
Sito Web: https://www.facebook.com/MORKOFFICIAL

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