Mork Gryning – Recensione: Hinsides Vrede

I “Mörk Gryning” (in svedese “Alba Oscura”) rappresentano una realtà storica dell’entourage black/death svedese di matrice melodica anni ’90. La pietra miliare del gruppo, quella che, per intenderci, sulla scia degli onnipresenti Dissection li rese da subito una “band di culto” fu proprio il CD di debutto: “Tusen Ar Har Gatt”, uscito nel lontanissimo 1993, non si limitava a incarnare ciò che i tempi richiedevano, ossia cortine di chitarre black aggressive (ma non troppo), intervallate da mid – tempos e aperture melodiche; una certa propensione verso il black sinfonico, dove tastiere molto presenti facevano eco ad assoli piazzati nei punti giusti, seppe donare a quel disco un’aura magica e impalpabilmente…irripetibile. Fu così che i Mörk Gryning riuscirono a ritagliarsi il proprio angolo nella scena black/death svedese dei primi anni ‘90.

Dall’esordio a oggi, tra fitti silenzi e uscite altalenanti e non sempre all’altezza, i Mörk Gryning sono entrati in quella via lattea di nomi minori, ex talenti e promesse non mantenute, amate da cultori di un’altra era (sottoscritto incluso), quando non riscoperti da nuove generazioni di cercatori in cerca di pezzi rari: realtà implose in silenzio, come piccole nane bianche ai confini della memoria.

Al di là delle solite sirene che periodicamente accompagnano l’occasionale “ritorno del re” di turno, piccolo o grande che sia e che, com’era da aspettarsi, hanno sostenuto anche il ritorno dei Mörk Gryning, una manciata di album, in ogni caso non è bastata una manciata d’album a tinte death (“Maelstrom Chaos” – 2001, “Return Fire – 1997” “Pieces of Primal Expressionism” – 2003) ben suonati e registrati ma abbastanza superflui, a lanciare i Mörk Gryning nell’olimpo del genere. Quando una casa discografica tende infine a scavalcare senza regole le leggi della selezione naturale, tentando di riesumare cadaveri, possiamo già intuire quali frutti coglierà: la trovata stessa di dare alle stampe un’uscita all’indomani dello scioglimento ufficiale della band (si dichiara, “per mancanza d’ispirazione”) è quanto mai bizzarra se non peggio, maldestra e disincentivante. Meglio stendere un velo pietoso e addentrarsi tra le luci ed ombre di questo “Hinsides Vrede”: già di suo un parto difficile, artificioso, eppure non del tutto esente da sprazzi di malinconico talento. Dopo la prima tipica “intro-riempitivo”, a cui purtroppo ne seguiranno altre, la title-track ”Fältherenn” rappresenta il tentativo più riuscito di fondere il sound storico della band, fatto di alternanze fra black più tirato, mid – tempos, melodie e arpeggi, con gli influssi death maturati nel tempo: il tutto, valorizzato da una registrazione pulita. Lasciando la poco riuscita traccia 03 ad una successiva analisi, passiamo alla 4a: “Infernal” esordisce allo stesso modo, fresco e rampante, e quasi dispiace dover prendere a un certo punto atto di un plagio palese di “Carnival Creation” dei Dimmu Borgir, senza la classe di questi. Fin qui poco male: amalgamando il tutto e spezzandolo con un assolo di quelli tipicamente Mörk Gryning, l’esperienza salva il gruppo in corner…

Ma se è vero che la classe non è acqua, l’acquazzone è pronto ad abbattersi….

Da qui in poi, il buio invade la mente degli svedesi. Le intromissioni Epic – Viking, alla Forefather di A Glimpse of and Eye” (05) non lasciano più spazio a dubbi: con un “pastiche” discretamente suonato e confezionato, un piatto colmo di tutto e niente, si punta a offrire il corpo morto e stecchito della band a nuovi avventori inesperti e di bocca buona.

L’arpeggio acustico e folkeggiante, senza lode né infamia di “Hinsides” (06) non fa altro che ricordarci che Dissection e Lord Belial sono tragicamente morti e sepolti con tutto il loro talento, e non torneranno più tra noi. Giunti ai titoli di coda, i brani “The Night” (07) e “Without Crown” (10) non fanno altro che riprendere quanto già andava palesandosi nella traccia 03, appositamente tralasciata fino ad ora ossia Existence in a Dream”: sono tutti pezzi dove il marchio black – death d’ordinanza viene ancor più sporcato da refrain corali che, non aggiungendo malauguratamente nulla, rendono i brani ancor più confusi. La fuga di doppia cassa ormai sembra un cavallo imbizzarrito, che dopo aver disarcionato il cavaliere corre al galoppo verso il proprio accampamento. Il senso d’incompletezza domina su quasi tutti i brani. In un tale contesto, quella che pareva essere la goccia finale ossia “Sleeping in the Embers” (08), è solo un altro espediente riuscito a metà: reminiscenze alla Catamenia dell’ultima fase e cori continui, satanici o pagan non ci è dato saperlo, portano a un pezzo che vorrebbe essere accattivante, senza riuscirci.

A voler ben vedere, un “canto del cigno”, in questo breve album (35 min.) è contemplato realmente: “Black Spirit” (11), la penultima traccia, a modo suo piacevole ma dissociata dal sound del gruppo al punto da sembrare un pezzo altrui, è una corsa di batteria speed verso la fine. In definitiva, “con quei riffoni dal sapor Mediorientale”, i Mörk Gryning sono accompagnati da un suadente canto femminile, in equilibrio tra i finnici Sentenced e la Terra Promessa degli israeliani Melechesch fino a degna conclusione: la sepoltura di un corpo di cui non è davvero rimasto più nulla di autentico.

Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2020

Tracklist: 01. The Depths of Chinnereth 02. Fältherren 03. Existence in a Dream 04. Infernal 05. A Glimpse of the Sky 06. Hinsides 07. The Night 08. Sleeping in the Embers 09. For Those Departed 10. Without Crown 11. Black Spirit 12. On the Elysian Fields
Sito Web: https://www.facebook.com/morkgryningband/

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