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Morbid Angel – Recensione: Kingdoms Disdained

Dopo il naufragio della reunion con lo storico lead singer Dave Vincent, tornano a far presenza su un disco dei Morbid Angel i nomi di Steve Tucker ed Erik Rutan, anche se quest’ultimo esclusivamente in veste di produttore. Non sorprenderà quindi sapere che “Kingdoms Disdained” si ricollega idealmente al periodo tra “Formulas Fatal To The Flesh” ed “Heretic”, diventandone allo stesso tempo una summa e una interessante continuazione.

Certamente molti fan della band troveranno questa incarnazione più accettabile dell’ibrido in parte industrial proposto dal gruppo nel precedente “Illud Divinum Insanus”, ma è innegabile che la differenza con le prime quattro uscite resti bella marcata e che chi ha amato visceralmente quella musicalità, difficilmente si ritroverà completamente soddisfatto. Anche se il disco è infatti indubitabilmente buono e perfettamente in grado di dire la propria all’interna della scena death contemporanea, come per tutta la produzione post “Domination”, si può parlare di luci ed ombre.

Di positivo c’è certamente un songwriting di spessore, che poggia in gran parte sulle doti tecniche di riff maker del sempre magistrale Trey Azagthoth e che, pur mostrando rimandi al passato, non cede alla tentazione di un eccessivo autocompiacimento. Specialmente la prima parte della scaletta ci regala perle come la super intricata “D.E.A.D.” o la violentissima e ben strutturata “The Righteous Voice”, due tra le migliori canzoni targate Morbid Angel ascoltate negli ultimi vent’anni. La tirata e molto classica “For No Master” promette bene in sede live, ma ad affascinare su disco sono poi soprattutto gli incastri ritmici di brani come “Architect And Iconoclast” e “Paradigms Warped”. Molto bene su questo punto quindi.

Alcune cose però non convincono appieno. La produzione, ad esempio, è destinata a far discutere, soprattutto per la scelta operata da Rutan di spingere il tutto con una compressione mostruosa che si traduce in un sound “fangoso” e poco distinguibile sul dettaglio, estremamente rumoroso nella resa della batteria e fortemente saturato per le chitarre. L’effetto mattonata che ne deriva rischia di scoraggiare l’ascoltatore dall’approfondire, abbandonando il disco prima del tempo necessario per digerire strutture non certo leggere e immediate (con la solo eccezione della groovy e quasi orecchiabile “Declaring New Law (Secret Hell)”, del tutto fuori contesto su un album del genere).

La monolitica pesantezza d’insieme, incapace di aprire su armonie di una qualsiasi tipo, visto che anche gli assoli sono spesso schegge dissonanti di quasi rumore, tra l’altro relegati dal missaggio in sottofondo, diventa così ancora di più un limite a cui è impossibile non far riferimento… Che pesa soprattutto quando si arriva agli ultimi due brani, incapaci di aggiungere qualcosa a quanto già ascoltato in precedenza. “Kingdoms Disdained” è quindi inattaccabile dal punto di vista della brutalità e della qualità esecutiva, ma rimane totalmente privo di quella musicalità morbosa quasi sinfonica che aveva reso le prime uscite della band inarrivabili. Se invece per voi album come “FFTTF” e “GTH” sono imprescindibili, facilmente vi innamorerete anche di questo.

Voto recensore
7
Etichetta: Silver Lining Music

Anno: 2017

Tracklist: 01. Piles of Little Arms 02. D.E.A.D. 03. Garden of Disdain 04. The Righteous Voice 05. Architect and Iconoclast 06. Paradigms Warped 07. The Pillars Crumbling 08. For No Master 09. Declaring New Law (Secret Hell) 10. From the Hand of Kings 11. The Fall of Idols

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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