Linkin Park – Recensione: Meteora

Tornano con stile i Linkin Park capaci, con il precedente ‘Hybrid Theory’, di devastare i “botteghini” di tutto il mondo con il loro mix di hip-hop, alternative rock e musica heavy.

‘Meteora’, titolo della nuova fatica della band, non cambiano le coordinate stilistiche: doppia voce, una tipicamente rap (Mike Shinoda), l’altra fra il ruvido ed il melodico (Chester), riffoni super-prodotti, ritmiche pregne di groove ed una tonnellata di chorus e passaggi che si imprimono nella memoria come un indelebile timbro, il tutto condensato in 36 intensi minuti di musica.

Si parte in sordina con ‘Don’t Stay’ preceduta da una frammentaria e cortissima introduzione, la song non riesce ad incidere e risulta la meno riuscita del lotto. Proprio quando comincio a nutrire strani presentimenti, i californiani piazzano una sequela impressionante di possibili hit, cominciando dalla trascinante ‘Somewhere I Belong’ dove si concentra in toto l’universo Linkin Park, ossia perfetta congiunzione tra parti cadenzate e rappy ed altre aggressive, non perdendo però di vista il paradigma melodia.

Si continua con ‘Lying From You’ dominata da un’ impostazione tipicamente gangsta-rap, influenzata da artisti quali 2pac e Aphex Twin, soprattutto per i campionamenti e con chitarre di chiara matrice Deftones. Sample impazziti pervadono la vulcanica ‘Hit The Floor’, in cui troviamo un Chester particolarmente arrabbiato. Un chorus da brivido è incastonato nella sognante ‘Easier To Run’, mentre fraseggi pump-hip hop alimentano energia per ‘Faint’.

Un’aura depechemodiana (era Ultra) avviluppa allo stesso modo ‘Figure 9’ e l’ispirata ‘Breaking The Habit’, forse la più particolare che il six-piece abbia mai composto. ‘From The Inside’ testa le indubbie capacità vocali di Chester che carezza dolcemente e colpisce senza pietà all’unisono. ‘Nobody’s Listening’ sarebbe stata perfetta per la colonna sonora del film ‘Ghost Dog’, campionamenti di flauto e tempi swingati troneggiano in una traccia che sembra venuta fuori direttamente da un ghetto newyorkese.

Gran lavoro, ad opera del manipolatore di sample del gruppo Joe, nella penultima traccia del come-back degli americani che funge da introduzione alla conclusiva ‘Numb’, dove lo spettro dei Depeche Mode si riaffaccia prepotentemente, metabolizzato però col trademark che i nostri sono riusciti a creare nel giro di soli due album (non considerando il transitorio ‘Reanimation’).

E’ proprio questa la forza del combo californiano: non facendo nulla di tremendamente innovativo, sono però spiccatamente riconoscibili tra il mucchio di uscite del genere, riuscendo, cosa più importante, a disporre di ottime idee che confluiscono in ottime canzoni.

Mainstream? Macchi(n)ette mangiasoldi? Burattini delle major?

Questo non deve interessare minimamente, ottimi album, ottimi responsi in sede di recensione.

Via i paraocchi, quindi…

Voto recensore
8
Etichetta: WEA

Anno: 2003

Tracklist:

Foreword (Intro) / Don’t Stay / Somewhere I Belong / Lying From You / Hit The Floor / Easier To Run / Faint / Figure 09/ Breaking The Habit / From The Inside / Nobody’s Listening / Session / Numb


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