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Metallica – Recensione: Hardwired…To Self-Destruct

Vista l’occasione, doppia recensione!

#1 – Ci sono momenti in cui senti la pressione della tua “professione”. Ci sono dei momenti in cui ti rendi conto che le tue parole avranno un peso non indifferente nell’economia musicale. Affrontare la recensione del nuovo disco dei Metallica “Hardwired…To Self-Destruct” è stata certamente una sfida. 2 dischi e quasi 80 minuti di musica sono un guanto di sfida all’ascoltatore usa e getta, a quell’adolescente (o vecchio e lamentoso metallaro, fate voi) che non riesce andare oltre alla critica e al rimpianto di tempi lontani. I Metallica oggi sono “Hardwired…To Self-Destruct”. Prendere o lasciare.


Primo disco di stampo anni ’80, con richiami ai “bei tempi andati” e qualche citazione inaspettata. Si parte subito con il piede sull’acceleratore con la già nota “Hardwired”, 3 minuti di riff serrati punteggiati dalla convincente irruenza di Lars dietro i tamburi. Secca, lineare, quasi “motorheadiana” per semplicità ma dannatamente efficace. Molto bella, davvero, “Atlas, Rise!” con il suo chorus epico e le belle chitarre di James e Kirk (che sembrano quasi citare gli Iron Maiden di “Hallowed Be Thy Name”), che si inseguono e che costruiscono una canzone che non avrebbe sfigurato in album come “…And Justice For All”. “Now That We’re Dead” è la giusta media tra l’ispirazione del “Black Album” e la voglia di cambiamento di “Load”. Una canzone dal riff molto semplice e dal coro avvolgente. Non brillerà di innovazione e pecca di una certa prolissità, ma funziona sufficientemente bene. Molto meglio, molto old-style, “Moth Into Flame”. Canzone dal piglio battagliero che nel cantato sembra quasi citare l’inarrivabile “The Four Horsemen”. Poco convincente “Dream No More”, che pare omaggiare “Sad But True”, ma che non riesce a dimostrarsi potente a dovere. Chiude a dovere il primo disco “Halo Of Fire”, tour de force tra le “luci” di parti più sospese ed “ombre” di un chorus urlato a pieni polmoni da James. Molto evocativa anche la coda strumentale, magari di maniera, ma con momenti davvero esaltanti.


Il secondo capitolo di questo “Hardwired…To Self-Destruct” parte con la marziale “Confusion”. Canzone interessante, ma in questo caso decisamente troppo lunga per essere al 100% apprezzata. Colpa – probabilmente – di una serie di riff piuttosto piatti che non fanno decollare la canzone. Eccellente la successiva “ManUNkind” . Potente e carica di groove, forse è la traccia più “diversa” per i ‘Tallica. Evidenti le influenze Black Sabbath nell’incedere di chitarre e basso. Piccola curiosità: la canzone vede tra le firme anche quella di Robert Trujillo (Kirk Hammett non è stato parte attiva in fase compositiva), unico ad “intromettersi” tra Hetfield ed Ulrich. Carina, ma nulla più, “Here Comes Revenge”, che miscela atmosfere “loadiane” in chiave 2016. Positiva anche “Am I Savage?” (citazione – forse – neanche troppo nascosta dei nostri nei confronti dei loro adorati Diamond Head), che avvolge e colpisce per il suo gusto melodico e per il riff chiaramente “made in Tony Iommi”. Bella, davvero.


Molto positivo anche il brano dedicato a Lemmy “Murder One”. Un mid-tempo dai tratti oscuri, marziali perfino, che regala ben più di un pensiero al leader dei Motorhead ed ispiratore dei primi passi dei ragazzi della Bay Area. Fraseggi chitarra che “odorano” di “Welcome Home” e che esplodono in una canzone che – per quanto convincente – difficilmente troverà spazio in sede live. “One Man Does Not Give A Damn…” canta James, e canta bene disegnando con efficacia la personalità del nostro bassista/cantante preferito. Ora e sempre “Born To Lose, Live to Win”. Chiusura con i fuochi d’artificio a nome “Spit Out The Bone”: una canzone che sembra voler ritrovare quell’energia di “Kill ‘Em All” (persa per molti…) per riprogrammarla in chiave moderna. Una buona canzone, ma in fin dei conti 7 minuti forse sono troppi per una canzone bella ma eccessivamente prolissa.


Ma alla fine di tutto questo delirio letterario ti rendi conto della verità più grande: di quello che è stato scritto fino a qua nessuno importerà “una beata minchia” (Cit.). Perché i Metallica – ad oggi – o si amano o si odiano, perché ognuno di noi ha la sua opinione in merito. Perché dal 1991 possiedono il più terribile tra i “marchi musicali”, quello dei “traditori” e dei “venduti”, per colpa del “famigerato” “Black Album”. Perché da quel disco in poi hanno avuto la possibilità di battere tutte le strade. Hanno fatto dischi con l’orchestra, album di cover, film (che fanno rima con flop) e tutto quello che ad un musicista comune risulterebbe proibito. Si sono comportati da artisti a tutto tondo, rischiando, fallendo, ottenendo successo e sono arrivati all’estremo di un rullante che suonava come un pezzo di lamiera microfonato coi piedi. I Metallica, anche oggi, rappresentano il “metal”. Sono il “metal”, per chi del metal non sa come mettere vocali e consonanti. Sono la fanteria di una musica battagliera, solo la faccia socialmente più accettabile. Sono loro, quelli che anche il “parente scemo” è in grado di tollerare tra i vostri ascolti nonostante il vostro gruppo preferito sia una band di porno-grindcore satanico del Puzzistan. Sono e saranno sempre il metal. Fatevene una ragione.


Il disco è bello. Funziona. Le canzono piacciono e saranno apprezzate in sede live. Evitate i confronti con il passato o le uscite sterili del tipo: “Però su Ride The Lightning” erano più onesti”, “Sì però il primo disco era più bello perché non avevano soldi”, “Hanno smesso di fare metal da quando è morto Cliff Burton”, “Con Mustaine erano meglio” e stronzate del genere. Siate onesti. Ascoltatelo senza paraorecchie e prendetelo per quello che realmente è: un bel disco. E lasciate perdere se Hetfield non ha più i capelli lunghi ed è pieno di tatuaggi.

Prendete “Hardwired”, ascoltatelo con la mente aperta. Siate onesti. (Saverio Spadavecchia)


#2 – Due dischi, quasi ottanta minuti di musica. Così si presenta il monumentale ritorno dei Metallica, indiscussi padrini del Thrash Metal nella loro prima parte di carriera e divenuti, negli ultimi 20 anni, argomento di feroci discussione tra i fan più oltranzisti che rinnegano quanto prodotto dalla band dopo “…And Justice For All” e chi, invece, ha continuato a seguire la band di San Francisco anche dopo la pubblicazione di lavori come “Load” o il precedente “Death Magnetic”. “Hardwired…To Self Destruct”, questo il titolo che i Four Horsemen hanno scelto per il loro undicesimo album in studio, unisce le diverse anime della band e pesca spunti e soluzioni dalla vasta discografia della stessa. Basta ascoltare l’opener “Hardwired”, primo singolo estratto dal disco, per capire che i nostri sono tornati a picchiare duro con un brano dal ritmo serrato e dal piglio diretto e aggressivo che rinverdisce quella vena Speed degli esordi. Un pezzo, forse, poco originale ma in grado di rompere il ghiaccio dopo otto anni di silenzio.


La successiva “Atlas, Rise!” continua a muoversi nello stesso solco tracciato dal precedente brano, con un’attitudine molto eighties, e un riff roccioso che nel bridge e nel ritornello riporta alla mente alcuni passaggi degli Iron Maiden. Nella sua fase centrale il brano ci regala uno splendido assolo di un Kirk Hammett particolarmente ispirato. Il primo brano inedito è “Now That We’re Dead” e le aspettative dei fan continuano a non essere deluse: la canzone è un mid-tempo dall’incidere potente e con un assolo in cui le chitarre soliste si intrecciano a creare atmosfere derivate dalla N.W.O.B.H.M.


Nonostante anche in questo caso sfioriamo i sette minuti di durata il brano non presenta momenti di stanca o ripetizioni inutili. Altro singolo già ascoltato in precedenza, “Moth Into Flame”, che mantiene un’attitudine simile alla opener sebbene con una struttura più articolata e accattivante. Un riff doomy e ipnotico accompagna, invece, “Dream No More”, brano che riporta alla mente “Sad But True” con il suo incidere sinistro. Chiusura affidata ad “Halo On Fire” che, con i suoi oltre 8 minuti di durata densi di emozioni contrastanti, ci regala una prova matura e convincente in cui la voce di James Hetfield detta gli umori di uno degli highlights dell’album.


Se la prima parte di “Hardwired…To Self Destruct”, dunque, riaccende i sogni dei fan più incalliti della band, che, pur con le dovute differenze, ritrovano una band decisamente più vicina agli standard di un passato così glorioso, lo stesso non si può della seconda parte, che, purtroppo, spesso tradisce le aspettative. Si parte con “Confusion”, brano che parte forte in stile “Holier Than You” ma ben presto scema in un mid-tempo roccioso che, però, non convincente del tutto. Il primo vero passo falso lo registriamo con “Manunkind”: l’intro acustico e la struttura del brano sembrano voler ricalcare un capolavoro come “Fade To Black” ma i parallelismi terminano qua. Il brano per quanto potente ha una struttura che gira a vuoto senza uno schema ben preciso che svilisce l’ascoltatore spingendolo a passare oltre.


Purtroppo con “Here Comes Revenge” le cose non migliorano. Suoni strazianti e atmosfere apocalittiche si assopiscono ben preso in un mid-tempo privo di mordente e banale. Con “Am I Savage” le sorti del disco sembrano risollevarsi: altro brano dall’incidere lento e cadenzato (schema più abusato in questo secondo disco) ma che trova il suo punto di forza in un ritornello cantato a squarciagola da un Hetfield sempre sul pezzo. Siamo quasi giunti al termine di questa mastodontica opera con “Murder One”, brano dedicato a Lemmy Kilmister che in parte tradisce lo spirito grezzo e diretto del cantante/bassista dei Motorhead preferendo, invece, sonorità ancora rallentate. Un bel riff circolare e il testo che omaggia la carriera di Lemmy in parte vanno a lenire la delusione per un brano che ci aspettavamo sicuramente diverso per attitudine e suono. I Four Horsemen ci riservano il meglio per il finale, con “Spit Out The Bone”, brano che fa il paio con l’opener “Hardwired” e ci lascia in testa l’immagine di una band matura, ritrovata, convinta dei propri mezzi.


Dopo aver rinnegato o, comunque, essersi allontanati da un sound che avevano forgiato, i Metallica hanno deciso di tornare sui propri passi e riprendere sonorità a loro più congeniali. “Hardwired…To Self Destruct” presenta due facce distanti per attitudine e approccio alla composizione, in costante bilico tra la voglia di tornare vicino alle radici, e di non cancellare con un colpo di spugna quanto la band ha prodotto negli ultimi 20 anni. La discrasia tra questi due periodi, così agli antipodi, è evidente e va a inficiare il risultato complessivo del disco. Perché al di là del giudizio personale sulle diverse trasformazioni della band ciò che a noi interessa sono le buone canzoni e, in questo polpettone di circa 80 minuti, diversi sono i cali di qualità delle composizioni che mandano a repertorio tracce spesso noiose o privi di un filo conduttore. Il giudizio resta comunque più che sufficiente, merito anche di un’ottima produzione che valorizza il lavoro della band e ne esalta sound e doti tecniche. (Pasquale Gennarelli)

Voto recensore
7
Etichetta: Blackened

Anno: 2016

Tracklist: CD 1 - 01. Hardwired 02. Atlas, Rise 03. Now That We're Dead 04. Moth Into Flame 05. Dream No More 06. Halo On Fire CD 2 - 01. Confusion 02. ManUNkind 03. Here Comes Revenge 04. Am I Savage 05. Murder One 06. Spit Out The Bone
Sito Web: https://metallica.com/

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

14 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. maxx

    bravo Spadavecchia, ho apprezzato la tua recensione, per quello che conta 🙂 onore ai Metallica per quello che han fatto di buono, di meno buono e per rappresentare ancora L’Heavy Metal quello vero, della vecchia scuola, senza suffissi o aggettivi moderni inutili.

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  2. andrea

    Complessivamente lo trovo superiore a Death Magnetic. Ovviamente hanno messo Troppa carne al fuoco e qualcosa ha finito per carbonizzarsi…Però Spit Out the Bone dimostra che se si impegnano esce ancora fuori qualcosa di molto buono. Album da veterani, volonterosi ma anche un po’ legnosi. 6,5 per me è il voto giusto.

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  3. Ale

    Spadavecchia, Spadavecchia…. definire James il nostro ” cantante / BASSISTA ” preferito è un orrore tremendo…

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    • Saverio Spadavecchia

      Amico carissimo 🙂 ti invito a leggere con maggiore attenzione la parte che tu definisci “errore orrendo”. Leggila. Esaminala con attenzione. Poi converrai con me: hai preso un granchio grosso come tutto il Puzzistan. Là da dove vengono tutte le band di porno-grindcore satanico.

      Buona vita 🙂

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    • lordshagrath

      ma si riferiva a lemmy

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  4. andreaf

    bel ritorno bravi! era dal ’91 che non facevano un album serio, se sono vere le voci dei loro problemi finanziari è proprio vero che finire col culo per terra ti fa trovare la rabbia giusta per rialzarti!! che dischi di merda hanno propinato in questi anni..non ci voglio pensare e mi ascolto questo gran disco!bravi ancora!!

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  5. Stuz

    Senza pregiudizi né paraocchi. Ho solo una parola per questo (doppio) album: “Ronf”.

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    • No Ronf!

      Ronf??? E se fanno load (gran disco)non va bene perché non pestano e se fanno metal sono ripetitivi …che palle ragazzi! Possibile che non esista più quell’entusiasmo anni 80/90 che contraddistingueva il metallaro medio??? È un bel disco, per altro sembra che abbiano anche migliorato in sede live….senza paraocchi ne pregiudizi: no ronf ! Gran bel disco , è chiaro che hanno perso la freschezza dei tempi che furono, sono ultra cinquantenni, ma “ronf” mi sembra esagerato.

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  6. ALESSIO

    Finalmente leggo una recensione che rende giustizia ad un lavoro che reputo ben fatto e più che onesto!

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  7. Gwynbleidd

    Sono ai primi ascolti ma mi trovo d’accordo con Pasquale Gennarelli. Primo cd piuttosto buono, ma secondo francamente noioso. Tutte quelle song mid tempo le trovo abbastanza ripetitive e mi sembra un delitto che abbiamo lasciato fuori dall’album ufficiale “lords of summer” che mi sembrava superiore a quasi tutte le song del secondo cd.
    Cmq posso serenamente dire che Death Magnetic mi piaceva di più. Certe canzoni di Death mi restavano dentro dal primo ascolto, queste mi tocca riascoltarle mille volte. Con le dovute proporzioni mi sembra di ricordare quando uscì Justice, che dovetti ascoltare centomila volte prima che iniziasse a piacermi davvero, o del black album, che anche dopo centomila volte non mi piacque mai fino in fondo.

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    • Gwynbleidd

      leggo ora che lords of summer è un brano del 2014. Non lo sapevo. Non ho piu seguito la carriera dei four horsemen cosi assiduamente. Chiedo venia per la castroneria 😛

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  8. Antonio Console

    Concordo pienamente. Gran album!
    PS. In Manunkind per intro acustico cosa intendi? Perché quella parte è suonata da Trujillo col basso!

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  9. Christian

    Il problema è Ulrich…dai…tutto l album con un beat noiosissimo,zero doppio pedale,e ci stava eccome sulle parti pestate,James e Kirk all’altezza,Rob è un ottimo bassista,ma la batteria…rovinato un buon disco per così poco..o forse è tanto per lui,ed ha avuto la coscienza di non voler strafare per evitare di trovarsi in difficoltà nell’esecuzione dal vivo…però 8 anni di attesa restano 8 anni di attesa,per me è stata una delusione.

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