Metal Church – Recensione: Metal Church

In un periodo come gli anni ottanta non era certo una rarità trovarsi di fronte ad un album di debutto in grado di andare dritto al centro del bersaglio. Così è stato sicuramente per l’omonimo disco uscito per i Metal Church nel 1984, capaci fin dalla prima pubblicazione di incidere in modo significativo sulla scena metal americana e mondiale.

La band di Kurt Vanderhoof è infatti uno dei migliori esempi di come nel giro di pochi anni il baricentro creativo del metal si fosse spostato dall’altra parte dell’oceano, sia con la nascita del movimento thrash metal, che con l’arrivo di formazioni in grado di produrre un sound ancora chiarimento figlio della scuola NWOBHM, ma comunque fresco e al passo con i tempi.

I Metal Church sono tra i padrini di quello che venne subito definito power metal, uno stile che prevedeva pesanti iniezioni di potenza ritmica in un struttura base che ancora mostrava punti di contatto con il classic metal di band come Iron Maiden o Judas Priest (un altro esempio più che fulgido di tale svolta sono i Vicious Rumors), ma se l’idea era certo stata vincente, ancora di più lo fu in questo caso la qualità del songwriting.

Metal Church” è infatti uno di quei rari casi in cui nove canzoni (otto brani originali, più la cover di “Highway Star”) si tramutano in un filotto di colpi a segno consecutivi da applausi. Uno stato di grazia che nasce da un perfetto equilibrio tra le qualità dei singoli musicisti, la perfetta resa del suono e , appunto, una composizione asciutta e diretta, ma ricca di rifiniture nelle variazioni ritmiche e nelle belle parti soliste.

Beyond The Black” è un incipit epico, un brano possente che mette in gran risalto l’esplosività della base ritmica e le vocals graffianti del compianto David Wayne. Non da meno la title track. Song dall’inizio pulsante e giostrata su un incedere avvolgente e nerissimo che racchiude qualcosa di sabbathiano, ma con un tono muscolare molto più da american metal. A spezzare il fiato ci pensa poi la strumentale e velocissima “Merciless Onslaught”, speed metal da manuale che produce uno dei migliori brani musicali del periodo.

Gods Of Wrath” è poi una vera perla: melodica, potentissima e caratterizzate da un fondo epico e lirico inarrivabile. Stupisce, al primo ascolto, il cambio di registro repentino di David Wayne, capace di passare da tonalità spigolose e urla rabbiose a momenti di pura melodia, con una versatilità davvero notevole.

Il secondo lato si apre con un altra speed song come “Hitman”, standard per gli anni a venire e sempre perfetta nel controbilanciare aggressività e armonia. Più lenta e dall’incedere groovy è invece “In The Blood”, ma come da copione non mancano mai potenza ed espressività.

Superbe sono poi la sincopata e veloce “(My Favorite) Nightmare”, vicina al thrash sia per il riffing nervoso che per la linea vocale sgraziata e quasi punk oriented, ma anche “Battallions”, altrettanto basata su una spinta ritmica costante, ma caratterizzata da una armonia vocale tipicamente classic metal che incalza passaggio dopo passaggio, senza mai lasciare il tempo di respirare, con uno schema che ricorda da vicino il power-speed europeo.

Il disco si chiude appunto con la riproposizione in chiave speed metal di “Highway Star”, brano che si adatta alla perfezione al trattamento Metal Church, che ne danno una lettura entusiasmante e credibile, di certo meno raffinata, ma straordinariamente brutale e trascinante.

In poche parole, uno dei migliori dischi metal di sempre.

metal-church

Voto recensore
N.D.
Etichetta: Ground Zero

Anno: 1984

Tracklist: 01. Beyond The Black 02. Metal Church 03. Merciless Onslaught 04. Gods Of Wrath 05. Hitman 06. In The Blood 07. (My Favorite) Nightmare 08. Battalions 09. Highway Star (Deep Purple Cover)
Sito Web: http://metalchurchofficial.com/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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