Mercyful Fate – Recensione: Don’t Break The Oath

Dopo un debutto folgorante come “Melissa” era davvero difficile per i Mercyful Fate riuscire a tenere il passo, ma la band di King Diamond e della magnifica coppia Shermann/Denner riesce nell’impresa, portando un disco diverso dal precedente e forse meno diretto, ma ancora più profondo ed originale nella ricerca musicale. Non ci sono ancora oggi molti paragoni con la musica prodotta dai Mercyful Fate e questo, secondo noi, per un motivo ben specifico. Loro sono la fine del percorso, l’evoluzione definitiva di quello che era partito anni prima con i Judas Priest e che le band della NWOBHM avevano sviscerato e rigirato negli anni successivi. Ancora oggi un brano come “Nightmare” gode ad esempio di una struttura complessa, piena di cambi di ritmo, eppure ben fedele ai canoni dell’heavy metal classico e dotata di un’anima pulsante e d’impatto.
Nessuno come loro ha saputo miscelare le atmosfere cupe e maligne, ben sottolineate dalla mutabilità vocale di King Diamond, ma anche la clamorosa abilità strumentale, messa in luce sia nella disposizione quasi mai lineare delle ritmiche, sia nella ricerca armonica di assoli e arrangiamenti.
Se ascoltate solo l’introduzione di una canzone come “A Dangerous Meeting”, con le chitarre che si inseguono e l’intervento di una base ritmica possente e allo stesso tempo. L’intreccio con la linea vocale portata da King Diamond è da subito affascinante, così come la ricerca di suono, diversificato e studiato, sia nelle ritmiche che negli assoli. In poco più di due minuti la band ha già dimostrato tutta la propria unicità e, se ci permettete, tutta la propria superiorità rispetto a quanto fatto da molte band a loro contemporanee.
La bellezza di queste canzoni risiede proprio nella carica e nella tensione maligna che riescono a trasmettere, e questo senza aver bisogno di vocalizzi in screaming e suoni low-fi, ma unicamente con la poliedrica espressività dei musicisti e l’abilità nel mettere ogni cosa al posto giusto nelle composizioni.
Un inno come la conclusiva “Come To The Sabbath” è rimasto ad esempio ancora ai giorni nostri un manifesto di un filone metallico che ha legato il proprio destino al lato oscuro, e se l’esoterismo è qui certo raccontato anche attraverso storie che sanno di cultura horror quasi letteraria o cinematografica, come ad esempio nella cupa e teatrale “Desecration Of Souls”, non mancano invece episodi che ancora oggi lasciano trasparire una convinzione “satanica” tutto fuorché inscenata (o meglio, così abilmente inscenata da risultare credibile).
Su tutte ovviamente spicca la preghiera raggelante posta all’inizio di “The Oath”, una canzone che dura complessivamente oltre sette minuti e che da sola mette in luce sia l’abilità unica di creare ambientazioni sulfuree, che la .
Difficile trovare qualcosa che non funzioni in un lavoro come questo, ma a voler fare i rompiscatole a tutti i costi, una canzone come “Gypsy” non è oggettivamente all’altezza del resto dell’album. Un po’ banale nel testo e fin troppo prevedibile nello svolgimento musicale, almeno se paragonato a quanto fatto fino ad ora. Si tratta però dell’unico momento in cui il disco si dimostra, anche se di poco, calante, visto che tutte le canzoni sono di qualità elevatissima e ricchissime di contenuti artistici, tanto che ognuna meriterebbe forse una dettagliata descrizione.
Non volendo però dilungarci troppo in questa sede ci limitiamo solo a concludere con la curiosa unicità di una canzone come “Welcome Princess Of Hell”, il cui titolo corretto pare dovesse essere “Welcome Princes Of Hell”, come dimostra il testo cantato. Per la serie, anche i crudeli e gelidi demoni dell’Inferno possono diventare vittime dei più clamorosi e banali errori di stampa.

mercyfulfate-dont_break_the_oath

Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 1984

Tracklist: 01. A Dangerous Meeting 02. Nightmare 03. Desecration of Souls 04. Night of The Unborn 05. The Oath 06. Gypsy 07. Welcome Princess of Hell 08. To One Far Away 09. Come to the Sabbath
Sito Web: http://www.kingdiamondcoven.com/site/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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